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The Jesus Lizard: 30 anni di Goat

È il 15 Marzo del 1991. Meno di un anno prima, un quartetto di Chicago si era presentato sulle scene con un ruvidissimo esordio, “Head”. Alle orecchie poco allenate, quell’album sembrava avere poco a che fare con la testa e molto, moltissimo con la pancia. Anzi più che con la pancia: con le viscere. Con la bile. Col fegato, i reni. C’era un pezzo intitolato “My Own Urine”, che recitava così: “Mi ricordo la mattina quando mi sono svegliato / Mi ricordo, ma non molto bene / Una pozza di sangue e urina marinare in piscina / La mia urina e il sangue di qualcun altro”.

La chitarra di Duane Denison, il basso di David Sims e le percussioni di Mac McNeilly recitavano già la parte loro assegnatagli: i tre atti della messinscena espressionista allestita da David Yow nella sua fortezza dell’incubo, la secrezione purulenta di un immaginario destinato ad avere altre declinazioni, per carità, ma nessuna equiparabile a Goat. Salvaguardata e messa a fuoco la brutalità della primavera passata, i Jesus Lizard – sempre aiutati in cabina di regia dal maestro Steve Albini – danno alle stampe il capolavoro della propria carriera in un’annata destinata a cambiare le carte in tavola della musica recente come solo un paio di altre volte, nei decenni precedenti e poi successivi.

Com’è noto a chi è nota l’opera, dunque, le declinazioni isteriche del vescovo Yow trovano quivi il pulpito ideale incastrandosi in nove strutture granitiche e nevrasteniche al contempo – precise e incontrollate, vitali ed esiziali, sconnesse e favolosamente intrecciate. Come un David Thomas saltato fuori da un film di Michael Mann, il Nostro fa sfoggio della sua assenza di tecnica in un contesto strutturale di altissimo livello, generando un blackoutche risplende di tale immaginifico contrasto.

Da Here Comes Dudley a Rodeo In Juliet non è che una raffica di riff letali, linee di basso che assomigliano a sorde martellate, ritmiche tanto alterne quanto imbarazzatamente unite. Brani come Mouth Breather, Nub, Monkey Trick o Lady Shoes rappresentano alcuni fra gli assassinii più perfetti della grande epica del rock e hanno traviato, non ce ne voglia Giuseppe Verdi, parecchie band di lì a venire e non solo.

Sono giorni in cui una canzone impazza per le radio ripetendo: dammi un po’ di musica leggera, perché ho voglia di niente. Ma se avete voglia di niente, se avete realmente voglia di niente – di lanciarvi cioè in bungee jumping nel tetro spettacolo del nulla – festeggiate avidamente i trent’anni di questo fuoco perpetuo. Che prontamente, come l’equivoca fiamma in copertina, dischiuderà le sue sembianze di donna e non potrà che farvi suoi per sempre.

DATA D’USCITA: 15 Marzo 1991
ETICHETTA: Touch And Go

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