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Vic Chesnutt manca da 10 anni

Lo strepitio dei denti digrignati è orribile. Vic è paonazzo. La bocca deformata, le labbra curve con i denti che scintillano raccontano il suo sforzo disumano. Quei bicipiti che scoppiano di vene, quei gomiti che sembrano poter scivolare da un momento all’altro rompendosi in mille pezzi. Vic spinge, gronda di sudore, ma quando crede che tutto possa finire in una caduta rovinosa, si mette all’impiedi. Ce la fa. È un miracolo! I medici avevano detto che non avrebbe camminato mai più. E invece è dritto ora. Sembra una candela fragile, oscilla sul posto tenendo l’equilibrio con le braccia, ma è in verticale, ce l’ha fatta! Si volta verso la sedia a rotelle stropicciata e puzzolente e gli lancia uno sputo. Vic è libero, lo è di nuovo dopo una prigionia di ventisei anni. Vic apre la porta ed esce. Ad Athens, quel Natale, piove tanto, ma a lui non importa, anzi gode della pioggia in faccia. La libertà ha il sapore di acqua piovana, è una pozione magica, una doccia rigenerante. Le lucine delle strade fanno a gara, con le gocce oblique, a chi taglia con più magia il panorama natalizio. Vic inizia a correre, sente un formicolio alle piante dei piedi, sente pompare il sangue nei polpacci. Anche i polmoni gli si aprono a fisarmonica. “Ma era Chesnutt quello?!” – strabuzzano gli occhi alcuni passanti indicandolo increduli.

Quando la mattina del 23 Dicembre, nella sua casa all’incrocio tra Franklin e Meigs Street, Vic Chesnutt si sveglia di soprassalto dopo un sogno sfottente, l’ansia gli preme la giugulare. Avverte dolore ovunque. Poggia una mano sulle gambe morte: sono rigide come tronchi d’albero. Quindi afferra il barattolo di pasticche per il rilassamento muscolare e, con un colpo violento, se ne scarica in bocca una quantità proibita. Ci metterà poco ad entrare in coma, ancor meno a morire – due giorni per la precisione – il giorno di Natale del 2009. Solo qualche ora prima aveva rilasciato un’intervista radiofonica in cui diceva che non avrebbe più tentato il suicidio, perché la sua tetraplegia l’aveva messo sul lastrico e non voleva buttare altri soldi per pagare medici che gli salvino la vita. Vic non era riuscito neanche a suicidarsi troppo debole com’era (un corpo sempre più accartocciato, con una morsa a collo e petto), ma nonostante tutto era riuscito a comporre della grande musica almeno per vent’anni. E fino alla fine, poco prima di farla finita, con quel “At The Cut” che contiene tutto ciò che si può definire il baratro di un uomo in bilico.

Manca tanto Vic, manca perché se ne è andato a quarantacinque anni e perché quella voce stropicciata e meravigliosa era la libertà che le sue gambe non gli avevano potuto garantire dal lontano 1983. L’incidente automobilistico, capitato quando aveva da poco compiuto diciannove anni, fu il peggior sgarbo che si può fare a un poeta: togliergli il piacere di godere della propria malinconia. Tutte le canzoni che Vic ha scritto, infatti, nere e conficcate in uno spettacolare tramonto, gocciolavano taglienti e meravigliose, ma erano sovrastate dalla sua condizione fisica che spaventava tutti e lui stesso in primis.

C’è una canzone, composta nell’anno della resa dei conti di Chesnutt con la vita, si intitola Chinaberry Three. Vic immagina di stringere un’accetta, gonfiare i bicipiti, quindi infierire contro un albero. Vic aggredisce il tronco – in un epico spruzzare di sudore, sangue e segatura – Vic ha una forza insospettabile, “una forza che non ho mai pensato di avere” – strilla, poggiandosi in chitarre agrodolci e spietate. Vic percuote, la gente lo guarda attonita, è un atto di violenza contro un povero albero innocente che Vic fa a pezzi. È forte Vic. Libero. Dittatore. L’albero ora è senza tronchi e gambe. Disarmato come lo è lui. La rivalsa, alle volte, arriva a tempo scaduto, al suonare del gong.

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