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Bill Callahan e la stagione dei 58 anni: il tempo, i sogni e la geografia sentimentale

Photo Credit: Bill McCullough
Photo Credit: Bill McCullough

Quella faccia da bambino potrebbe fregare tutti, pure quelli che si occupano di scartoffie burocratiche e documenti d’identità. Com’è possibile che Bill Callahan abbia quasi sessant’anni? Con quel sorriso docile, quegli occhi un po’ orientali e i capelli a cascata. Ad aumentare l’enigma ci si mette pure la sua voce. Una voce del tutto atemporale, frutto di un incantesimo. Bill l’uomo dalla voce profonda come il mistero, Bill il cui aspetto e le cui canzoni potrebbero riportare a un film di Tim Burton: un gigantesco pesce con una chitarra in mano a raccontare storie impossibili. Il disco di cui ci parla Callahan in questa intervista è My Days Of 58 (qui la nostra recensione), il suo ottavo da quando ha superato la fase Smog. Un album in cui racconta un momento specifico della sua vita, quello della stagione dei 58 anni. Una sorta di diario − ora tangibilissimo, ora imprendibile − di un musicista mai compreso fino in fondo e per questo affascinante. Nelle sue canzoni molte dimensioni diverse: quella geografica, quella lirica, quella onirica. Abbiamo fatto qualche domanda a Bill e da queste è emerso con tutta la sua filosofia, la sua poesia e con una decisione sulla politica, se non proprio durezza, che non ci aspettavamo.

Bill, iniziamo con il titolo dell’album, “My Days Of 58”. Qual è il tuo rapporto con il tempo? Pensi di essere cambiato come musicista nel corso di questi anni?
Devo dirtelo, invecchiando credo sempre meno nel tempo. Spesso si dice “la vita è breve”, ma se penso a quando avevo sette anni mi sembra di aver vissuto mille vite da allora. Insomma, sembrano molto più di cinquanta quelle “cose” che chiamiamo anni. C’è molto che non sappiamo riguardo al tempo e spero che qualcuno prima o poi possa spiegarmelo. Nel frattempo sto cercando di capirlo da me, ecco: io credo in una sorta di eternità, voglio dire, esiste uno stato di coscienza e una connessione con Dio che equivale all’eternità. È questo ciò a cui aspiro. E sì, il mio corpo fisico sta invecchiando e quel tizio di nome Bill non sarà qui in questa forma per sempre, ma essere un musicista, o un qualsiasi tipo di creatore, mi dà una sensazione di atemporalità. Quando mi siedo, e pizzico una nota su una chitarra, mi ritrovo esattamente nello stesso posto in cui mi trovavo la prima volta trentacinque anni fa. Nulla è cambiato e nulla cambierà mai.

A proposito di quel “pizzico” di chitarra di cui parlavi… ancora una volta la tua è una produzione musicale artigianale. Si sente il clangore degli strumenti, il suono del legno. Come e quanto ti concentri su questo aspetto?
Beh, il disco è stato registrato e mixato su nastro. In questo modo si possono evitare tutti quegli stupidi plug-in che molti usano e che in questa fase storica rendono tutti i dischi simili. Tutto è finto: riverbero finto, compressione finta. A me invece piace il suono del nastro vuoto! Proprio per questo cerco di lasciare più spazi vuoti possibili sul nastro. Il nastro è un oggetto materiale, una cosa fisica. Il sibilo del nastro è respiro. Il respiro è vita.

Musica e vita si abbracciano, si potrebbe dire. Ad esempio emerge potente il rapporto con la tua “geografia sentimentale”: West Texas, Lake Winnebago, Highway Born, per citare alcune canzoni. Puoi raccontarci qualcosa del Texas che il pubblico italiano non conosce?
Vivo in Texas e scrivo canzoni qui dal 2004. E devo dire che ho maturato la consapevolezza che, sì, ho bisogno di stare qui per scrivere. In generale, fino a qualche anno fa non avevo mai dato troppo peso al luogo. All’inizio la mia produzione musicale era, diciamo così, interiorizzata. Non importava dove fossi, ero concentrato sul mio mondo interiore. Col passare del tempo invece il mio sguardo si è aperto all’esterno. Da qui le canzoni sulla geografia sentimentale. Quando vado nel West Texas divento una persona diversa e la mia prospettiva e i miei pensieri cambiano. Mi chiedi qualcosa sul Texas che potresti non sapere? Beh, la flora e la fauna sono molto varie tra l’Est, l’Ovest, il Nord e il Sud. Molte persone si sorprendono di quanto sia verde il Texas centrale. E la gente è piuttosto amichevole. Alcuni Stati in America sono pieni di gente arrabbiata o asociale. Non il Texas.

E allora ti chiedo dell’America. È difficile essere americano oggi? La politica quanto influisce sullo stato delle cose e su di te?
Io sono semplicemente nato qui, in America. Non mi interessano le differenze di nazionalità. Guardo negli occhi qualcuno, chiunque, e vedo che è molto simile a me. Non mi interessa da quale paese provenga. Sono così fottutamente stufo della politica. I politici sono le persone peggiori al mondo. Bugiardi, imbroglioni, idioti, crudeli. La maggior parte di loro vuole solo mantenere la poltrona e fare più soldi possibili. Durante il Covid ho rinunciato a pensare che qualcuno in politica, a prescindere dalla fazione, voglia aiutare le persone. Alcune di queste cazzate possono ispirare una canzone o due, ma in realtà preferisco concentrarmi sul positivo e generare più positività nel mondo piuttosto che inveire contro questo branco di stronzi.

Ok, cambiamo discorso. Tra i temi di “My Days Of 58” c’è quello del sogno, molto ricorrente nei tuoi dischi. Cosa ti piace della dimensione onirica?
Dei sogni mi piace il loro essere storie per le quali non devi far nulla per crearle. Perché un sogno, semplicemente, è. Ti appare come un cespuglio infuocato, una storia a sé, che non scriveresti mai da solo. Quindi è una buona dimensione da aggiungere a una canzone perché elimina l’ego dalla canzone stessa. Non puoi dire “ascolta questo sogno che ho fatto, sono un genio!”. Non l’hai inventato tu, ti è stato dato. Anche le canzoni sono un po’ così. Mi reputo uno di quegli autori che pensa di ricevere o canalizzare semplicemente canzoni già scritte.

Ti chiedo un’ultima cosa che riguarda te come cantante, so che è strano domandartelo in maniera così diretta, ma voglio farlo comunque: cosa ne pensi della tua voce? Voglio dire, sei consapevole che è un piccolo miracolo di suono? Una volta, in una recensione scritta tempo fa, ho ipotizzato fosse il prodotto di un piccolo spiritello venuto di notte per instillarti questo dono nella gola.
È molto carino e dolce da parte tua dirlo. In realtà nessuno parla mai molto della mia voce. L’altro giorno ho fatto un’intervista e alla fine la tipa ha detto: “Potrei parlare con te per sempre, la tua voce è così rilassante ed ero così stressata stamattina finché non ti ho chiamato”. Quindi ultimamente ho ricevuto due bei commenti, ma non succede spesso! Per quanto mi riguarda non ci penso. È una parte di me, io non ho fatto nulla. Sì, come dici tu, è come un spiritello che esce quando apro bocca! Ma io la sento tutto il giorno e non mi sembra eccezionale. Sono contento però che ad alcune persone piaccia.

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