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Emidio Clementi – “Io e i Massimo Volume”

Luglio 2007: Chi è Emidio Clementi? Chi è Mimì? Lui scrisse così di sé ai tempi in cui era leader e “parlato” dei Massimo Volume: “ex-barista, ex-cameriere, venditore di articoli per il cesso in periferia di Modena, ex-dipendente in una ditta di sgombero cantine, scrittore minore, tesserato Empals, lacune imbarazzanti in ogni campo del sapere, se in vena, perfetto in una serata mondana, se depresso, nefasto in una serata mondana”. Noi, aggiungiamo almeno un pugno di nomi: Emanuel Carnevali, Jim Carroll, John Ford. Almeno un pugno di luoghi: Bologna, Svezia, S. Benedetto, Tangeri, Bombay. Almeno qualche titolo: “Stanze” (1993), “Lungo i Bordi” (1995), “Stanza 218” (2004) per la musica; “La notte del Pratello”, “L’ultimo dio” per la letteratura. E, con l’intervista – effettuata al telefono – che segue, almeno un tentativo di sistemazione di questo puzzle dalla cornice incerta. Buona lettura.

Domanda: Mimì, di recente tu e Manuel (Agnelli, ndr) siete tornati con il reading “Bombay Tapes”: il tormentato racconto del vostro difficile viaggio in India. Che cosa hai davvero “trovato” e “perduto” in quel luogo?
Emidio: Quello indiano è stato un viaggio abbastanza traumatico. Io e Manuel eravamo molto amici al momento della partenza, ma spesso le aspettative di entrambi facevano precipitare la situazione tra di noi. Anche dallo show si capisce che il viaggio non è stato assolutamente un idillio, ma posso dire che a Bombay abbiamo riscoperto una stima reciproca anche maggiore di quella di prima che, a tratti, era cameratesca, da pacca sulla spalla ed insulti balordi. Le “Bombay Tapes” sono state innanzi tutto una contingenza: il teatro di Carpi con questa associazione che si chiama Friction ci hanno detto: “ma perchè tu e Manuel non mettete in scena qualcosa?”. Solo l’epopea indiana poteva essere messa in scena, o meglio, quella ci rappresentava più di ogni altra cosa. Poi c’era un vantaggio: sia io che Manuel, in quel viaggio, tenevamo un diario e, difatti, l’aspetto più efficace dello spettacolo, secondo me, è la contrapposizione tra la percezione dell’India di entrambi ed il nostro rapporto di amicizia.

Domanda: Manuel nel pezzo “Bye Bye Bombay” degli Afterhours canta “Sai Mimì che la paura è una cicatrice”…
Emidio: So di quella canzone. Ma non mi sento di parlare di un suo pensiero. E’ suo, è intimo.

Domanda: Guardando indietro, i Massimo Volume erano la tua vita in pillole. Non hai mai avuto la sensazione di spogliarti troppo? E’ come se l’ascoltatore potesse entrare dentro la tua vita in maniera devastante…
Emidio: Ma sai, non credo più di tanto, perchè nel momento in cui lo scritto diventa “pagina”, diventa canzone, è letteratura, è musica. E poi considera che, oltre a quello che è il mio scheletro d’esperienza, ci sono dentro espedienti di stile, c’è l’invenzione lirica e l’espressione letteraria.

Domanda: Ti senti di dire che la musica ti ha salvato il culo? Eri “un ramo che cresce senza dio” (parafrasando “Cinque strade” da “Stanze”)?
Emidio: Musica salvifica? Non lo so, però m’ha dato una ragione di vita. I musicisti hanno una situazione privilegiata perchè vivono delle idee che creano. A me sembra tantissimo, questo.

Domanda: Quanto devono i Massimo Volume alla tua condizione del passato? Quella in cui sei stato “traslocatore”, barista, uomo di fatica in Svezia…
Emidio: Dal punto di vista delle liriche devono tutto. Ovviamente, come già detto prima, assieme ad un “ritocco” letterario col quale ho modellato i testi. Oggi con la stabilità, la mia scrittura è maturata con me. Sono cambiate tante cose, anche i miei libri lo testimoniano: da “La notte del Pratello” ad oggi, io sono un uomo molto diverso. La mia scrittura negli anni ha avuto un’evoluzione, però ha sempre dovuto fare i conti con i limiti, con quello che “vorrei fare e che riesco a fare”. Poi c’è lo stile che è difficile e durissimo da sorpassare, non tutti riescono a parlare di sé e di altri con la stessa intimità.

Domanda: Jim Carroll, Carnevali, sono ancora punti di riferimento per la tua ricerca di scrittura?
Emidio: Se penso al romanzo nuovo, no. Però sono scrittori che rimangono nel mio cuore, sono quelli che mi hanno dato uno sguardo nuovo. Non smetterò mai di ringraziarli, anche se oggi mi piace leggere molti altri autori come ad esempio Philip Roth. Carroll e Carnevali mi hanno aperto un universo ed in qualche modo hanno anche toccato concretamente il mio modo di scrivere. Carnevali, poi, seguendo il continuo processo di riscoperta della sua opera, continuo a “frequentarlo” ed anzi mi piacerebbe metterlo in un disco.

Domanda: Ancora Massimo Volume. Il tuo parlato, nelle recensioni, m’è sempre piaciuto definirlo “emicranico”. Quanto hai lavorato per renderlo così d’impatto?
Emidio: All’inizio è stato tutto istintivo e nato da un limite: nei Massimo Volume non c’era chi cantava. Vittoria (Burattini, ndr) ha una bella voce, certo, ma non per quella roba lì e non seduta dalla batteria. In più siamo sempre stati convinti che chi scrive i testi abbia una forza in più per cantarli ed interpretarli. Sicuramente c’è stato da parte mia un grosso lavoro nel momento in cui il recitato doveva incontrarsi con i tempi della musica. Poi, certo, nel “parlato” c’è stata anche un’evoluzione, vedi la differente intonazione tra “Stanze” e “Club Privè” dove quasi canto. Nel disco degli El Muniria, invece, ho lavorato di più in sintonia con l’armonia, cercando proprio di rendere il recitato molto più musicale. Ora sto preprando un disco nuovo e mi piacerebbe un ennesimo spostamento anche se non so bene dove. Sì, mi piacerebbe fare una cosa ancora diversa.

Domanda: “Club Privè” ha allontanato qualcuno da voi. Perché?
Emidio: Perchè forse semplicemente preferivano i dischi vecchi (ride, ndr). Però noi sentivamo l’esigenza di spostare un po’ l’asse, inserire dentro ai pezzi dei toni differenti, dell’ironia, ci sentivamo ormai troppo stretti dentro al contenitore che avevamo creato. La cosa che più mi dispiace è che si pensa che, per quel disco, “Manuel mi abbia fatto cantare”. Invece siamo stai noi a chiamare lui, avevamo bisogno di qualcuno che lavorasse sulla voce, era una nostra necessità, una nostra scelta ben precisa.

Domanda: Il tuo libro “L’ultimo Dio” è un po’ la chiusura del cerchio dei Massimo Volume? Là racconti qualche segmento della tua vita pre e post Massimo Volume che non si conosceva prima…
Emidio: E’ vero, quando ho scritto quel libro era da poco finita l’esperienza Massimo Volume, ma non è solo quello. Credo che la vita del musicista in letteratura sia stata trattata poco a parte le varie biografie o monografie. Quindi volevo, senza troppa enfasi, parlare della vita sul palco. Scandagliare l’esistenza del musicista alternativo che fa una vita diversa rispetto ai privilegiati dell’industria discografica e del mainstream. E poi, certo, era anche un modo per chiudere un cerchio personale sulla figura di Emanuel Carnevali.

Domanda: Tu, Vittoria, Egle, Bologna, le stanze. Guardi a quel periodo, oggi, con quali sensazioni?
Emidio: Non di nostalgia, ma di nuovo interesse. La scena degli anni ‘90 a posteriori è stata molto creativa. Gruppi come Diaframma, Litfiba, avevano seminato e chi ha raccolto ha sfoggiato una gran bella creatività. Ognuno proponeva molta roba diversa, tutti portavano avanti una storia personale vedi Afterhours, La Crus… Oggi i gruppi sono ben preparati tecnicamente e sono lucidissimi nel curare il rapporto con l’esterno. Noi probabilmente eravamo molto più naif in questo. Comunque c’è roba buona in giro anche oggi: vedi Marco Parente, Bugo che mi piace molto, Paolo Benvegnù.

Domanda: Hai seguito i progetti di Egle e Vittoria?
Emidio: Sì, certo. Con Egle ci sentiamo e siamo rimasti in ottime relazioni. Con Vittoria stiamo lavorando ad un progetto nuovo: siamo io, lei ed un chitarrista di Livorno che si chiama Marcello Petruzzi. Non credo ci sarà mai una reunion dei Massimo Volume, però alla fine è stata la mia grande storia d’amore e la cosa più importante della ma vita.

Domanda: Parlavi di un nuovo progetto, dunque non ci sarà un seguito degli El Muniria?
Emidio: In realtà non lo so, però è vero che finite le date del tour, eravamo tutti molto impegnati. Asso (Stefana, ndr) con Capossela, Massimo Carozzi con la compagnia teatrale. Ora, trovare spazio per un disco nuovo con quel nome mi pare difficile, ma lo vedo anche come una cosa positiva: vuol dire che ognuno è occupato con qualche idea. Non è come ai tempi dei Massimo Volume, che si viveva quasi in funzione dei dischi, oggi si va avanti più a progetti. Il nuovo disco assieme a Vittoria mi sta dando soddisfazioni…

Domanda: Ha già un nome?
Emidio: Non ancora, però entro la fine dell’anno sarà pronto.

Domanda: Che frontiera musicale esplorerà? Sarà elettrico come i Massimo Volume, o elettronico come gli El Muniria?
Emidio: Sarà acustico, chitarra e batteria. Mi sembra ci sia un bel respiro, forse qualche atmosfera alla Massimo Volume, e poi mi pare ben suonato, siamo davvero contenti del risultato e dell’intesa con Marcello di cui mi piacciono moltissimo le parti di chitarra. Insomma, si ascolta molto bene anche se non è un disco facile, ma quello mi pare abbastanza scontato. Con Vittoria, inoltre, abbiamo deciso di riprendere il brano “L’esercito dei Santi”, un pezzo dei Massimo Volume mai pubblicato, ma che secondo me è uno dei migliori.

Domanda: Mimì, l’ultima è la nostra domanda di rito: se ti dico Cibicida cosa ti viene in mente?
Emidio: Ciò che distrugge qualcosa di nefasto.

* Foto d’archivio

A cura di Riccardo Marra

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