
A sei anni dall’uscita de “La rivoluzione del giorno prima” (2020), i Ritmo Tribale tornano con Un giorno normale, un inedito che riporta in primo piano una delle band che più hanno contribuito a definire il rock alternativo italiano dagli anni Novanta in poi. Un ritorno che arriva dopo il sold out milanese dello scorso autunno e che anticipa il concerto del 18 Luglio al Parco Tittoni di Desio. Il nuovo brano conserva l’impatto sonoro che ha reso riconoscibile la band fin dagli esordi, ma guarda al presente con un testo che racconta quanto possa essere imprevedibile la normalità. È l’inizio di una nuova fase per un gruppo che, partito dall’underground milanese tra sale prova, centri sociali e concerti destinati a diventare leggendari, continua a confrontarsi con il proprio tempo senza rinunciare alla propria identità. Ne abbiamo parlato con i Ritmo Tribale, ripercorrendo il significato di questo ritorno, il rapporto con un pubblico che continua a seguirli dopo oltre trent’anni e la voglia di scrivere nuove pagine senza vivere di soli ricordi. Risponde alle nostre domande Andrea Scaglia, voce della band.
“Un giorno normale” racconta che basta un attimo perché tutto cambi. Nella vostra storia, c’è stato un giorno apparentemente normale che si è trasformato in un punto di svolta, umano o musicale?
Guarda, in realtà è stato sempre così, le nostre esistenze – personali e musicali – sono sempre state scandite da “punti di svolta”, parafrasando Pazienza (Andrea, il fumettista) “momenti che sembravano fini e invece erano inizi” o viceversa. Poi “Un giorno normale” affronta la cosa anche da uno specifico punto di vista: spesso siamo noi stessi a incatenarci alle situazioni, a non avere la capacità o la forza di liberarci da ciò che crediamo di “dover fare”, poi in un attimo, magari neanche per tua volontà, cambia tutto. E non è nemmeno detto che cambi i meglio…
Dopo sei anni, tornate con un brano inedito. Il tempo, per una band, è un avversario, un alleato o semplicemente un compagno di viaggio che cambia il modo di guardare le cose?
Mah, se la metti così, forse la terza che hai detto. L’importante è evitare accuratamente di vivere di ricordi. E questo non l’abbiamo mai fatto.
Le vostre canzoni hanno sempre avuto un’identità molto riconoscibile: durezza, energia, ma anche ricerca sonora. Oggi, quando accendete gli amplificatori, sentite ancora i ragazzi del Leoncavallo o ascoltate anche uomini diversi che hanno imparato a dialogare con il proprio passato?
Allora, da una parte è ovvio che – come abbiamo detto prima – il passare del tempo e le tante esperienze di vita accumulate abbiano cambiato i “modi” in cui ci si pone di fronte a certe cose. Siamo tutti più o meno dei sopravvissuti, e non solo nel senso metaforico del termine: questa è una cosa con cui fai sempre i conti. E però, d’altro canto e per usare un luogo comune tanto caro a mia madre, chi nasce tondo non muore quadrato. L’attitudine è sempre la stessa, non sapremmo essere diversi.
“Un giorno normale” sembra ricordarci che la straordinarietà si nasconde nella quotidianità. C’è un gesto, un incontro o un dettaglio della vita di tutti i giorni che continua ad accendere la vostra ispirazione?
È la vita stessa. Gli argomenti trattati nei testi, per esempio: ovvio che affrontino temi che riguardano persone della nostra età. La necessità di trovare sempre nuovi orizzonti anche quando già ne hai visti parecchi, la difficoltà di mantenere in equilibrio rapporti personali, e anche sentimentali, dopo tante burrasche affrontate e superate. Siamo sempre dei romanticoni…
I Ritmo Tribale sono riusciti a fondere hard rock, punk, crossover, funk e psichedelia senza perdere la propria identità. Pensate che oggi la vera ribellione sia ancora trovare un suono personale, in un’epoca in cui tutto sembra assomigliarsi?
In effetti ho sempre paura di affrontare il tema di “questa epoca”, perché non ho mai sopportato i discorsi di retroguardia, quelli che alla fine – stringi stringi – si riassumono nel “ai miei tempi era tutto più bello” (un po’ come “qui un tempo era tutta campagna”). Certo, noi siamo cresciuti e ci siamo formati musicalmente in un’epoca in cui era necessario trovare il modo di distinguersi, mentre forse oggi per chi suona è importante “entrare nel flusso” per non sentirsi tagliati fuori. Due tempi diversi, due modi diversi, senza che uno sia necessariamente meglio dell’altro. Anche se noi, naturalmente, non possiamo fare a meno di essere noi stessi. Per quanto riguarda la ribellione, in realtà faccio fatica a capire che cosa oggi voglia dire. Ma questo è un altro discorso. O forse è sempre lo stesso.
Dopo il sold out di Milano, ritrovate il pubblico al Parco Tittoni. Quanto vi emoziona vedere persone che vi seguono da trent’anni accanto a ragazzi che magari vi scoprono proprio oggi? Che dialogo nasce tra queste generazioni sotto il palco?
Tantissimo. In effetti, è una di quelle cosa che dà senso al fatto di fare musica. Con quelli che ci ascoltano abbiamo da sempre un rapporto viscerale: sono più o meno tutti disadattati come noi, e quindi ci si capisce.
I vostri dischi sono diventati colonne sonore per chi cercava un’alternativa. Se poteste riascoltare oggi uno dei vostri brani con le orecchie dei ventenni che eravate, quale scegliereste e cosa pensereste di quei ragazzi?
Difficile dirlo, proprio perché ventenni non lo siamo più. Credo però che, più che un brano, l’album più immediato, trasparente, “puro” (per usare un termine un po’ retorico) e dunque che può arrivare meglio a un ragazzo giovane sia “Kriminale”: va dritto al punto, senza troppe pippe. E nella sua crudezza credo riesca a essere poetico.
Se il concerto del 18 Luglio fosse l’inizio di un nuovo capitolo, quale vorreste fosse l’ultima immagine che il pubblico portasse a casa quella sera: la nostalgia di una storia importante o la curiosità per tutto quello che deve ancora arrivare?
…ti devo davvero rispondere?