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Elton John @ Stadio San Siro, Milano (04/06/2022)

Photo Credit: Lejla Cassia / Il Cibicida
Photo Credit: Lejla Cassia / Il Cibicida

Ricordo che, nel 2019, a ridosso dell’uscita al cinema di “Rocketman”, si rideva su quanto si fosse dilatato nel tempo l’addio ai palchi di Elton John. Mano a mano che passavano i mesi, venivano aggiunte altre date e poi ancora altre che in qualche modo rischiavano di rendere meno iconico e plateale quel saluto. E invece, nessuno avrebbe immaginato che quello dello scorso sabato sarebbe stato il primo live a San Siro da tre anni a questa parte. Un tempo fermo. E infinito. Si ricomincia da qui, dal piazzale Moratti, dai tornelli a spirale, dalla gente che si sposta in massa, da chi sfida il caldo afoso omaggiando Sir Elton dentro l’acrilico della divisa dei Dodger.

Nell’entusiasmo di questa prima sbornia dopo tanto tempo, subito dopo l’ingresso un elemento stridente salta immediatamente all’occhio: le sedie nel parterre, inutili, innaturali, fuori contesto. Dentro l’aria è calma, quasi silenziosa rapportata ai numeri di uno stadio sold out. È lecito chiedersi come faccia un ometto di un metro e venti a paralizzare cinquantamila persone suonando un pianoforte. È presto detto: l’attacco con Bennie And The Jets è deflagrante e Sir Elton un incanto, stretto dentro un frack nero con un colletto di fiamme, occhiali di pailettes e una voce impeccabile, sottile ed elegante. “Milano, questa è l’ultima volta che ci vediamo. Facciamo in modo che sia grandioso!”. Le sedie nel parterre diventano presto un lontano ricordo. La festa è iniziata.

In due ore e mezzo, quasi senza pause, Elton John porta in scena la sua vita per l’ultima volta. C’è un pezzo di sé dentro ogni anfratto della sua lunghissima carriera, nessuno oltre lui sarebbe in grado di essere più credibile cantando i suoi pezzi. Basta chiudere gli occhi e ascoltare Rocket Man per ricevere in cambio un solo centesimo della bellezza e del dolore che ha prima vissuto e poi trasformato. La malinconia di I Guess That’s Why They Call It The Blues, la dedica ad Aretha Franklin di Border Song e il suo ricordo di Gianni Versace su Don’t Let The Sun Go Down On Me. Tiny Dancer è pericolosissima nel suo essere pulita, perfetta, struggente. Il tempo è sospeso, si restringe e si dilata come fosse un elastico. Il palco è nero e lucido come la testata del suo Yamaha.

Levon è un’enorme jam a cielo aperto; alcuni momenti, invece, Elton John li scandisce in solitaria, come Candle In The Wind inizia che all’improvviso, con il pianoforte che scivola da un lato altro (un po’ pacchiano onestamente) ma con un sorriso stupendo che si accende alla vista delle tribune illuminate con i telefoni. La progressione che parte con The Bitch Is Back e prosegue con I’m Still Standing, Crocodile Rock, Saturday Night’s Alright For Fighting è un’epifania fuori controllo che fa scattare in piedi anche Sir Elton, nonostante si muova un po’ a fatica.

Oltre il pianoforte che pattina su Candle In The Wind, seguiranno altri episodi un po’ kitsch come i lampi e i tuoni che precedono Funeral For A Friend/Love Lies Bleeding, le finte fiamme sul piano che accompagnano Burn Down The Mission, Dua Lipa sul mega schermo in mezzo a un campo di margherite su Cold Heart, ma sarà l’astinenza dai live o il semplice fatto di trovarsi al cospetto di un artista immenso che li renderanno particolari del tutto trascurabili.

L’encore non si distacca dalle altre scalette del tour e dopo una breve pausa Elton John riappare avvolto dentro un vestaglione rosa per concludere con Cold Heart, Your Song e infine Goodbye Yellow Brick Road. Questo era il suo sessantaseiesimo e ultimo concerto in Italia. Decine di travestimenti e caricature, chissà quanti palchi calcati controvoglia, ubriaco, strafatto e al minimo delle sue possibilità. Elton John è – e rimarrà sempre – l’artista che più di tutti ha saputo far prevalere il talento reale sull’estetica, ribaltando quest’ultima a suo favore e trasformandola in tutto ciò che ha voluto. Riuscire a vederlo un’ultima volta splendido e sorridente è stato un onore e un privilegio.

SETLIST: Bennie And The Jets – Philadelphia Freedom – I Guess That’s Why They Call It The Blues – Border Song – Tiny Dancer – Have Mercy On The Criminal – Rocket Man (I Think It’s Going To Be A Long, Long Time) – Take Me To The Pilot – Someone Saved My Life Tonight – Levon – Candle In The Wind – Funeral For A Friend/Love Lies Bleeding – Burn Down The Mission – Sad Songs (Say So Much) – Sorry Seems To Be The Hardest Word – Don’t Let The Sun Go Down On Me – The Bitch Is Back – I’m Still Standing – Crocodile Rock – Saturday Night’s Alright For Fighting —ENCORE— Cold Heart – Your Song – Goodbye Yellow Brick Road

Catanese, studi apparentemente molto poco creativi (la Giurisprudenza in realtà dà molto spazio alla fantasia e all'invenzione). Musicopatica per passione, purtroppo non ha ereditato l'eleganza sonora del fratello musicista; in compenso pianifica scelte di vita indossando gli auricolari.

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