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Flow Festival Helsinki 2026

Il Flow Festival di Helsinki è un’istituzione del paese, una specie di rito che chiude quasi definitivamente la stagione estiva. Come in molte altre parti d’Europa, d’altronde, Agosto è la famosa sentinella (traslata) di cui Patrizia Cavalli parla in una sua arcinota poesia – dove da noi, chiaramente, rappresenta invece l’apoteosi della summer experience. 

La natura complessiva della rassegna è un’impronta abbastanza pop, ma trova spazio in realtà ogni palato, specie quest’anno, con una proposta ben articolata in termini di varietà servita da uno spazio capace di accogliere 91.000 presenze in 3 giorni. Una dimensione corretta che determina pochi accavallamenti significativi, quantomeno per il gusto di chi scrive. L’organizzazione è quella che ci si attende da un paese in cui la cura per la collettività è di efficienza encomiabile: acqua gratuita, tappi distribuiti all’ingresso, servizi a volontà in ogni parte della venue, un parco giochi per i più piccoli, personale medico, di sicurezza e pulizia praticamente ovunque. Ogni palco con la sua area dedicata a persone con disabilità e tutto ma proprio tutto segnalatissimo e francamente hard to miss. Dieci stage che consentivano a ognuno di fare la propria esperienza dell’evento senza dare fastidio agli altri. Ma veniamo alla nostra, di esperienza in materia.

Manchiamo purtroppo tutta la prima giornata per un ritardo aereo: già sapevamo che avremmo perso Oklou ma ci sarebbe piaciuto molto fare in tempo per i Bricknasty – o quantomeno avere l’imbarazzo della scelta fra gli ultimi due, simultanei act: Cabaret Voltaire e Disclosure. I primi, già passati da Roma, siamo certi abbiano garantito uno spettacolo altrettanto significativo. 

Il secondo giorno si apre con la performance post prandiale (per i nostri orari, non per i loro) di Arthur Verocai: leggenda della bossa brasiliana accompagnata dalla Aukso Orchestra. Alle 19:00 suona una band molto cara al pubblico italiano, gli islandesi Múm, che regalano un’ora di eterea indietronica post rock alla loro maniera. Ma il meglio deve ancora arrivare. Alle 20:30, infatti, è il turno dei Turnstile: uno dei maggiori highlight del Flow a mani basse. La performance si apre con NEVER ENOUGH e T.L.C. (TURNSTILE LOVE CONNECTION): un avvio poderoso che non sarà affatto smentito dall’andazzo successivo. Con buona pace degli stucchevoli puristi di non si sa bene quale post hardcore, il gruppo di Baltimora si dà anima e corpo al pubblico, inanellando prevalentemente brani dagli ultimi due album con le sole eccezioni di Drop e I Don’t Wanna Be Blind. C’è un motivo se non si fa che parlarne bene, soprattutto in chiave live. Il motivo è reso più che chiaro da quest’ora scarsa di bombe a mano, chiuse definitivamente da BIRDS

Con qualche fischio ancora nelle orecchie e molto sudore lasciato nel mucchio selvaggio, nonostante le splendide temperature, continuiamo a muovere il culo col dj set di Todd Terje, prima di far ritorno al main stage per quella che probabilmente è stata l’artista più attesa dai locals (a giudicare dalla partecipazione): Florence + The Machine. Dal vivo, semplicemente, un’autentica regina. Fa diventare minuscolo un palco enorme, muovendosi a piedi scalzi da un estremo all’altro. Dove non arrivano le sue gambe, poi, arriva la sua voce a irradiare ogni angolo di Suvilahti, l’ex area industriale che fa da scenario. La scaletta è molto ben equilibrata, spaziando tra successi globali (Shake It Out, You Got The Love, Never Let Me Go, Dog Days Are Over, Free) e poco meno di una discografia ormai giunta alla sesta fatica. Applausi a scena aperta: per lei, per i musicisti, per i performer. Ma non è ancora finita. 

Sacrificando a malincuore l’esibizione di Murcof, chiudiamo la serata con sessanta serratissimi minuti di rap targato Clipse. Pusha T e suo fratello No Malice (che famiglia ragazzi) compiono un atto di assoluta prepotenza mangiandosi il mic con rabbia e qualità degne dei fuoriclasse che sono: P.O.V., Keys Open Doors, Ace Trumpets, The Birds Don’t Sing, So Far Ahed infuocano la platea e danno un più che degno saluto a una giornata densa e qualitativamente felice. La vera febbre del sabato sera.

Anche il terzo giorno comincia piuttosto presto col botto. Alle 17:45, infatti, è il turno dei Geese. Da dove cominciare? Che questi ragazzi poco più che ventenni fossero dei fenomeni fuori dal comune lo si era già abbondantemente capito, ma che anche live l’impatto fosse di analoga potenza era tutto da verificare. Bene: verificato. Lo show è quello che ci si aspetta da cinque artisti che hanno pieno possesso degli strumenti e della materia, che vogliono divertirsi e alterare gli arrangiamenti senza discostarsi in maniera effimera dal calco originale. Si comincia con Husbands e si chiude con Trinidad (con in mezzo soprattutto Getting Killed): e al grido del refrain si scatena un freschissimo inferno. Giù il cappello (da cowboy) di fronte al futuro presente del rock.

Spostandoci molto velocemente acchiappiamo gli ultimi brani di James K: il suo ambient pop rarefatto è un intermezzo perfetto per decomprimere e continuare a godere. Poi, out of curiosity, viene il turno del giovanissimo e amatissimo Sombr. Il suo è un ingresso volutamente scenografico: pelliccia indosso e arrivo in Mercedes nel backstage, il tutto seguito dalle telecamere e proiettato sui maxi schermi mentre la band è già all’opera. Siamo sinceri: non ci ha convinti. La sua offerta è un po’ troppo patinata per i nostri gusti, ma il ragazzo si diverte e fa divertire pur facendo un po’ il cosplayer della rockstar. Serve anche questo, nella sana biodiversità di un festival.

Di ben altra pasta e ben altra verità sono invece le Lambrini Girls, che mettono in scena un set incazzato, politico e partecipato. Vincono loro il premio “best pogo” e “best crowd surfing” gettando continuamente benzina sul fuoco con pezzi come God’s Country, No Homo, Cuntology 101. Siamo costretti, tuttavia, a salutarle leggermente anzitempo per non perdere nemmeno un secondo del sacerdozio che è là da venire.

Alle 21:00 in punto, infatti, Nick Cave si prende la scena coi suoi immarcescibili fenomenali Bad Seeds. Ed è subito un trittico da brividi: Get Ready For Love, From Her To Eternity, Train Long Suffering. Chi ha visto il Nostro dal vivo sa bene che si tratta di una celebrazione della quale lui è appunto il reverendo: una lunga, esaltante messa laica pregna di spiritualità e immanenza. Questa esibizione non fa per nulla eccezione. Tupelo, Rings Of Saturn, Henry Lee, Red Right Hand, The Weeping Song. Come si fa a non farsi travolgere? A 68 anni suonati, circondato da autentici mostri sacri a partire ovviamente dal sempre entusiasmante Warren Ellis, il songwriter australiano conferma, ogni volta che può, di essere probabilmente il migliore su piazza. Nessuno, come lui, per repertorio e presenza scenica insieme. Il commiato, affidato in piano solo alla magnifica Into My Arms, ci abbandona alla notte e alle necessarie note da fare a conclusione.

La prima, di natura campanilista, è la presenza in cartellone di un po’ d’Italia: i Nu Genea sono stati, al Day 2, tra i più seguiti e apprezzati della kermesse. La seconda, e non credo ce ne vorranno, è la menzione di chi avremmo voluto ma non abbiamo potuto ascoltare: alla sopra menzionata Oklou si uniscono senz’altro Lykke Li e le Sailor Honeymoon. La terza, e sperando vanamente possa essere uno stimolo, riguarda lo splendido pubblico finlandese. Capace di raccogliere l’energia degli artisti e restituirla in piena e felice armonia con attenzione, silenzio e rispetto in un matrimonio perfetto con euforia, partecipazione e moshing. Una lezione di educazione all’ascolto che l’audience nostrano, disgraziatamente più in linea coi pessimi sodali spagnoli o anglosassoni, ci auguriamo possa un giorno imparare.

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