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Joanna Newsom – 27/09/2010 – Milano – Teatro Dal Verme

Quando arrivo all’ingresso del Teatro dal Verme le condizioni climatiche si sono già sistemate da un bel pezzo ma è evidente che ormai l’estate a Milano sta per diventare un ricordo. La temperatura, fresca quel che basta per non tramutarsi in gelo, è quella ideale per un concerto come quello di Joanna Newsom, ormai con merito divenuta eroina del panorama folk internazionale. Per qualche attimo, sempre davanti l’ingresso del teatro, temo però di finire personalmente annotato nel libriccino nero dei più punkabbestia della serata nonostante indossi un sobrio maglioncino e dei gentilissimi pantaloni quasi skinny verdastri: inevitabile che si raduni a questi eventi un certo intellettualismo estetico fatto di occhialoni che nessuno si filava più da vent’anni, giacchette lise e acconciature da fighetti efebici. Ma è da sottolineare come, grazie ad una visione panottica della platea una volta preso posto in sala, mi colpisca piacevolmente la presenza di molte persone abbastanza avanti con l’età, dettaglio a me del tutto inatteso. Vorrà pur dire qualcosa, questo. Ma, chiusa l’inutile parentesi sui miei complessi d’inferiorità riguardo la mia scarsa competitività nei trend della moda, alle 21 in punto rompe il ghiaccio un supporter di cui non possiedo notizie biografiche, tanto meno mi attendo che dovesse aprire il concerto di Joanna Newsom. Alasdair Roberts da Glasgow si presenta sul palco con la sola chitarra acustica in mano – non nudo però, ha dei bei pantaloni rossi indosso e pure una camicia, e il tutto mette in evidenza la sua alta statura coniugata ad uno scarso volume muscolare – e per mezz’ora abbondante propina le sue rivisitazioni di traditionals irlandesi e scozzesi inclusi nel suo album “Too Long In This Condition” (il titolo del disco è stato una delle fortuite notizie carpite durante i suoi brevi interventi tra le canzoni, constatato il suo stretto accento scozzese). Niente per cui spendere molte parole, eccetto la sua bravura nel fingerpicking e nell’uso di particolari accordature – tant’è che gli intervalli tra brano e brano erano puntellati dalle corde che si arcuavano e impennavano a seconda delle sue necessità tonali -, sei brani monocordi cantati sì con convinzione ma nulla più. Bello il secondo brano di cui sconosco il titolo, dopodiché il volenteroso Alasdair inizia a farsi un po’ pesante allo stesso modo in cui si farà pesante la pizza che mangerò più tardi al momento di abbozzare questo articolo e che mi farà sudare in piena notte come un chicco di riso lesso. Alasdair non mi fa sudare ma, in compenso, non mi fa vedere l’ora che concluda la predica e sloggi. Alasdair finisce e ringrazia, se ne va e il cambio palco dura dei bei venti minuti, ed è proprio qui che noto la presenza di tante teste canute, come vi ho già detto. L’arpa di Joanna Newsom è imponente in mezzo al palco e il tecnico – che però è una donna, e nel dubbio mi esonero dall’ardito utilizzo della parola “tecnica”, chiedo scusa – impiega un bel po’ ad accordare ogni corda. Puntuale tanto da spaccare un capello in quattro, le luci sfumano con dolcezza e alle 22 Joanna e la sua band di supporto entrano in scena e da questo punto in poi mi dimentico solennemente tutto quello che è avvenuto durante tutta la pesante giornata affrontata. Lei ha l’innocenza di un’adolescente non ancora matura nonostante abbia ventotto anni, va sul palco col passo accelerato ma assolutamente aggraziato delle studentesse in ritardo dopo il suono della campanella. Comincia ad accarezzare le corde per il primo brano ma si ferma. Sorride, I’ve got new strings, dice (ecco compreso il motivo di un così lungo check all’arpa durante il cambio palco). Sorride nuovamente e sistema la disarmonia. Mi sorprende la sua timidezza in perfetto equilibrio con l’agilità nell’affrontare il pubblico. È timida, e si vede, ma assolutamente a suo agio. Ha un fascino incredibile. Ma, chiusa l’inutile parentesi sull’ascendente che la meravigliosa Joanna esercita su un fallito imbrattacarte come il sottoscritto, tutto comincia dopo la falsa partenza. Il viaggio comincia da lontano, ad aprire è la breve Bridges And Balloon, che è anche opener del suo primo album, “The Milk-Eyed Mender” del 2004 e funge da intro al resto della scaletta. Arrivano subito le presentazioni del gruppo che la supporta e poi si riprende con la title-track del grandioso ultimo lavoro “Have One On Me” ed il suo fiabesco sovrapporsi di cori sul finale. Tutti lì dentro ci emozioniamo e parte il primo di una serie di lunghi applausi che mettono ancor più in evidenza la garbata riservatezza della giovane musicista californiana. Che però tira fuori dal cilindro la coppia di canzoni da me più attesa, Easy e la commovente Cosmia, che mi mette davvero la pelle d’oca. Se già su disco la pregiata fattura delle composizioni è evidente, dal vivo questa è riproposta al cubo.

La Newsom è sostenuta da una band eccellente (un chitarrista che maneggia anche ukulele e mandolino con estrema bravura, un batterista, un trombettista, due violiniste), strumentisti preparati e sensibili alle sottolineature dei momenti topici senza essere invadenti, con un estro formidabile nelle dinamiche e ottimi anche nelle operazioni di sostegno, sia ritmico (bellissimi i battiti di mani in controtempo), sia vocale (certi cori venano di gospel e blues ben più di un frangente). Quando i tocchi sull’arpa s’infittiscono mi sento sfiorato da morbidi flussi acquatici ma non mi è neanche raro perdermi in fantastici labirinti di un surreale giardino. Le architetture delle canzoni mi lasciano davvero basito per come vengano eseguite e scorgo una certa propensione alla rivisitazione di un certo approccio prog: non mi sento affatto criminale se tiro in ballo i Gentle Giant negli improvvisi cambi di tempo e struttura di alcuni pezzi. Dopo In California, uno dei sei estratti dall’ultimo disco, Joanna si ferma per un “really quick tuning check” che poi così “really quick” non è, tanto che il chitarrista, dal cognome di chiare origini italiane, interviene per sollevare la Newsom dal disagio rivelando a tutti noi di avere antenati di Lucca. Quant’è piccolo il mondo, anche se non siamo a Lucca bensì a Milano. Insomma, finisce anche quest’altro simpatico siparietto e nel frattempo Joanna è passata al pianoforte per intonare Inflammatory Writ, altra gittata d’occhio sull’esordio. La Newsom interpreta ogni brano con una precisione vocale da brivido, alterna con estrema disinvoltura timbrica e falsetti e mi domando come possa essere tanto precisa nel canto mentre tesse quelle scintillanti trame soniche sull’arpa. Gli applausi continuano ad essere lunghi, caldi e fragorosi e sfilano così anche AutumnGood Intentions, prima di Monkey And Bear che chiude il set quando io e tutti i presenti ne vorremmo ancora per tutta la notte. Due ammiratori donano alla bella Joanna due mazzi di fiori giusto per dimostrare di essere tipi originali e lei ringrazia facendo spallucce e sorridendo e guadagna il backstage. Come da copione, un concerto così non può finire senza un extra. Passa neanche un minuto di ovazioni e richieste di bis e la Newsom e compagnia sono di nuovo ognuno al posto che avevano da poco lasciato. Se erroneamente penso che oltre il picco di pathos raggiunto con “Cosmia” non potrei andare per stasera è solo perché non ho ancora fatto i conti con Baby Birch: la versione in studio, ve l’assicuro, per quanto raffinata ed elegante possa essere, è, vi assicuro di nuovo, un nulla in confronto a ciò che viene eseguito sul palco: leggera e confidenziale si apre e cresce lenta ed inarrestabile fino alla coda intarsiata di celtiche fantasie, che è qui ben più lunga di quella che si trova su disco, e si eleva con un climax da paura che si libra su, si alza e si alza e il tetto del teatro si schiude come un guscio e fluttuo lontano da qui, in un posto che non potrei definire perché le parole hanno un limite di fronte a certe emozioni. Vorrei piangere ma ho la barba e la faccia seria da uomo brutto sporco e cattivo, quindi mi astengo. Stavolta finisce davvero, dopo un’ora e quaranta che non dimenticherò perché voglio ricordarla per quello che è stata: una vera e propria esperienza artistica. Niente è rimasto in balia del caso, ogni suono calibrato alla perfezione, ogni singolo passaggio pennellato con classe, niente fuori posto. Joanna Newsom si conferma strepitosa strumentista e impressionante cantante, padrona del palco e affabile col pubblico. Ok, sì, è pure così affascinante che vorrei inoltrarle una seria proposta matrimoniale. Lo so, sognare è molto bello.

SETLIST: Bridges And Balloons – Have One On Me – Easy – Cosmia – Soft As Chalk – In California – Inflammatory Writ – Autumn – Good Intentions – Monkey And Bear —encore— Baby Birch


(“Monkey And Bear” live @ Teatro Dal Verme, Milano)

A cura di Marco Giarratana

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