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Sonisphere 2015 @ Assago Summer Arena, Milano (02/06/2015)

sonisphere2015È la seconda volta che i Metallica approdano in Italia con il Sonisphere, lo scorso anno furono di scena a Roma insieme ad Alice In Chains, Volbeat e Kvelertak. Quest’anno l’evento trasloca a Milano, previsto prima a Rho, poi trasferito definitivamente all’Assago Summer Arena che è un gigantesco e triste spiazzo sul fianco del Mediolanum. A completare il bill ci sono Faith No More, Meshuggah e Gojira. La rassegna inizia alle 14 con Hawk Eyes, Three Days Grace e We Are Harlot, a quell’ora stavo ancora pranzando e non so cosa sia successo, mi spiace.

Mi aggrego al popolo nerovestito intorno alle 17.00 col sole che mi sta già brasando le chiappe. Giusto il tempo di fare spesa allo stand del merchandise, ingollare una birretta refrigerante e i Gojira chiudono il set. Dal fondo riesco a captare la title track dell’ultimo loro lavoro, “L’Enfant Sauvage”. Eseguono il compito con dovizia, ma sento solo quel brano, non saprei aggiungere null’altro.

Cambio palco e alle 18.00 tocca ai Meshuggah, sgomitando ho raggiunto il pit da dove assisterò al resto della rassegna. Gli svedesi non sembrano presi benissimo, Jens Kidman fa capire come la dimensione festival non sia delle più adatte, quasi a voler mettere le mani avanti. Il volume è talmente basso che coi miei amici posso conversare dei cazzi miei senza dover sbraitare e sto giusto a ridosso delle prime file. Ciononostante, la band tenta di fare il suo dovere snocciolando alcuni dei pezzi migliori del repertorio con la consueta precisione chirurgica. Aprono con Rational Gaze, poi c’è Do Not Look Down e quando attaccano col classicone Future Breed Machine penso a quanto fossero artisticamente avanti di un decennio già nel 1994. Ma il volume infimo castra la performance del gruppo, che continua a bastonare con Demiurge. L’elemento più sacrificato è la batteria di Thomas Haake, una roba simile è uno sfregio per una band che fonda i propri brani sull’impianto ritmico, rullante e tom sono assenti, per lo meno la doppia cassa c’è, soprattutto nell’assassina Bleed che chiude il set di 40 minuti a loro disposizione. Fuori contesto e al limite dell’ingiudicabile, rimangono comunque una delle migliore bande in circolazione perché la stoffa c’è e non lo scopro oggi.

Il claustrofobico scenario di gigeriana memoria in cui i Meshuggah hanno appena suonato lascia spazio, sul palco, a un allestimento quasi sanremese: il bordo è costeggiato da fiori dai colori vivacissimi mentre tutta la scena si tinge di bianco, una nota di freschezza visiva in un mare di nero – me compreso. Chissà se qualcuno coglierà l’ironia della faccenda. Alle 19.19, vestiti di bianco anche loro, si affacciano i Faith No More. Roddy Bottum ha l’aria di chi attende un cocktail a bordo piscina mentre osserva culetti sodi che gli sfilano davanti sfidando la gravità, Patton ha il solito sguardo spiritato, Mike Bordin dimostra a tutti che gli anni possono passare senza trasformarti in un brocco. Il volume adesso è semi-accettabile e Patton sale in cattedra: checché se ne dica, rimane un frontman da paura, tecnicamente spaventoso, un istrione sempre pronto a sbeffeggiare il pubblico. La band non si risparmia e attacca con Motherfucker e mette le cose in chiaro con Be Aggressive e Caffeine, sempre bellissima. Patton inaugura da qui in poi dei siparietti in italiano pregni di parolacce, apostrofa il pubblico con un provocatorio Merdallari, la platea ricambia verso la fine urlandogli un ritmato Scemo. Ma Patton è questo, chi lo conosce non la prende male e, tutto sommato, è una nota di colore perché i Faith No More fanno parlare i grandi classici, arrivano Epic e Digging The Grave che spinge con la sua fisicità e l’immancabile Easy, oltre a un paio di estratti da “Album Of The Year” (Last Cup Of Sorrow e Ashes To Ashes). Separation Anxiety, uno dei picchi del nuovo album “Sol Invictus”, spacca davvero il culo pure dal vivo. Il pubblico rimane comunque tiepido, è evidente che la maggior parte non veda l’ora che Patton e soci sloggino e, dopo un paio di encore tra cui c’è We Care A Lot, il set giunge all’epilogo. Sulla soglia dei 50 anni, i Faith No More se la sentono ancora parecchio e possono impartire qualche lezioncina a zonzo. Un’ora di soddisfazione auricolare.

Ultimo cambio palco, stavolta lunghissimo, il sole cola a picco alla mia sinistra, le tenebre abbracciano lo spiazzo ormai gremito. E adesso mi tocca la premessa: è il primo concerto dei Metallica a cui assisto, una band che volevo vedere assolutamente nonostante non sia mai stata il mio pane quotidiano. Sono venuto al loro cospetto con la migliore delle predisposizioni mentale e spirituale, nonostante si siano resi protagonisti di alcuni degli episodi più incresciosi degli ultimi 15 anni musicali (“St. Anger” e la nefandezza “Lulù” su tutti). Insomma, voglio prendermi bene. E voglio supportare la Presa Bene con della bevanda alcolica a base di malto d’orzo preferibilmente ghiacciata, così mi faccio rubare 12 euro per due Beck’s in lattina da 33 cl da uno dei soliti bagarini maledetti che si aggirano tra la folla, cassa e chioschetto dei liquidi stanno fuori dal pit e raggiungerli per poi tornare indietro è impossibile, quindi me ne sto lì dove sono e bevo sta merda mezza calda costatami un rene. Pace e amore e Presa Bene.

Una mezz’oretta prima dell’inizio del concerto, affluiscono sul palco più di un centinaio di giovani che si piazzano su tre file in fondo, dietro la batteria. Fanno parte del fan club mondiale dei Metallica e se ne staranno lì impalati per tutta la durata del concerto, contribuendo a una coreografia da Coro dell’Antoniano. La situazione comincia un po’ a puzzare di sòla e alle 21.40 tutta la mia buona predisposizione si dissolve, quando Hetfield e soci partono mi ricordo perché non sono mai stato un fan dei Metallica e non ho mai avuto l’ardire di indossare una delle loro orribili t-shirt: sono una band modesta, tecnicamente limitata così come è limitato il repertorio di idee (malamente) riciclate in molte canzoni. Ma la cosa peggiore è la distanza che si percepisce tra loro e il pubblico. Mestieranti senz’anima, sembrano privi di entusiasmo e al limite della noia, eccezion fatta per i sorrisoni televisivi che sfoggiano quando le telecamere sul palco li inquadrano, proiettandoli sui maxi schermi. Allo scazzo si aggiunge una performance pessima. James Hetfield tiene in piedi la baracca mostrandosi il più attivo e preciso della combriccola, anche Trujillo fa il suo e basta, ma Ulrich e Hammett sembrano non aver mai avuto voglia di imparare a suonare decentemente in tutti questi anni e mi permetto di affermare quanto tutto ciò sia irritante: nonostante possano dedicare 24 ore al giorno del proprio tempo alla musica, danno l’impressione di essere due personaggi a cui non è mai importato nulla di migliorare un po’, a differenza di Hetfield che è un cantante-chitarrista pregevole.

Il set s’accende con la solita Fuel – perché gli piace così tanto? – la prima parte della scaletta mescola episodi storici (Disposable Heroes, Metal Milita, For Whom The Bell Tolls) a The Unforgiven II e Cyanide (da “Death Magnetic”) che sono da sempre due canzoni brutte. L’artificialità dello show emerge quando Kirk Hammett rimane da solo sul palco a strapazzare la chitarra sbagliando 3 note sì e le altre 8 pure in un assolo che non ha niente da dire: c’è la solita ovazione di un pubblico in visibilio e mi chiedo se sia chiara la distinzione tra un chitarrista e un uomo con la chitarra in mano.

La seconda parte della scaletta è un po’ migliore solo perché fioccano i classici: Sad But True è una legnata, una Master Of Puppets molto d’ordinanza, One al di sotto del minimo sindacale (e qui Hetfield e Hammett si incartano sull’introduzione e mi domando come facciano a sbagliare un pezzo che suonano da 27 anni senza sosta. Misteri del successo) ed emergono puntuali tutti i loro handicap. Ulrich tarda a conseguire la licenza elementare della batteria e ne combina di tutti i colori: è approssimativo nelle chiusure, va spesso fuori tempo, nelle rullate di raccordo non si capisce cosa faccia. Il suono globale del gruppo è sempre poco curato, invero molto brutto – l’ho ascoltato attentamente anche uscendo, a debita distanza. Si arriva alla fine passando per Fight Fire With Fire, Fade To Black e Seek & Destroy, senza infamia e senza gloria.

Siamo agli encore e quando parte l’irritante Nothing Else Matters prima della finale Enter Sandman decido di evacuare anche perché subodoro il puzzo di una ressa tremenda per uscire (ci saranno solo due uscite per circa 20.000 persone). Mentre tento di guadagnare la via di fuga intercetto sguardi pregni della comprensibile devozione del fan. Dal mio canto non posso che pensare come i Metallica rientrino nell’élite dei più grandi miracolati della Storia della Musica, che non ne becchino una dal 1991 e che star lì a giustificarne l’esistenza nel 2015 in virtù dei primi 4 leggendari album sia una tesi che non può più reggere: la carriera di un gruppo si valuta nella sua interezza e dei professionisti che offrono uno show così pieno di sbavature e senza anima sono ingiustificabili. Non so se i devoti fan dei Metallica ne abbiano coscienza, ne dubito fortemente ma alla fine è giusto così, a ciascuno il suo.

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