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Codeine

A inizio anni Novanta il rock americano non girava di certo intorno ai grattacieli di New York. L’epicentro era altrove, nel lontano Nord-Ovest, a Seattle. Erano gli anni di “Nevermind” e dell’apoteosi Nirvana, di quell’esordio al fulmicotone che fu “Ten” dei Pearl Jam, della potenza spropositata di “Badmotorfinger” dei Soundgarden e di tanto e tanto altro ancora. E, di certo, nessuno che avesse fra le mani una chitarra pensava minimamente a rallentare i ritmi. Le classifiche imponevano sporcizia e fragore, velocità d’esecuzione e indole punk. Ed è per questo motivo che il 1991 non verrà mai ricordato dai più come l’anno della consacrazione dello slowcore. Fra Chicago e New York c’erano però i Codeine, ovvero Stephen Immerwhar (basso e voce), Chris Brokaw (batteria) e John Engle (chitarra). Personalità decisamente schive, il loro testamento artistico è un testamento congiunto, scritto a più mani con gli Slint e i Red House Painters, band diverse fra loro ma accomunabili per lo stesso approccio scurissimo e “slow”. Saranno loro le stelle polari di formazioni come i Low e di gran parte delle band della prima ondata post rock. Gli anni ’90 non furono solo grunge.

 

FRIGID STARS (1990)

Inizialmente pubblicato in Europa e solo nel ’91 anche negli Stati Uniti, è uno dei più fulgidi esempi di slowcore: la voce cantilenante di Immerwhar, la ritmica alienata di Brokaw, le trame secche della Telecaster di Engle. Quaranta minuti di piogge acide, fumo metropolitano, cantine ammuffite, liriche strazianti, melodie ipnotiche, subitanee esplosioni e puro dolore esistenziale.

Brano consigliato: Cave-In – In breve: 5/5

 

BARELY REAL (1992)

Questo EP di sei tracce aggiunge poco alla cifra stilistica dell’esordio, riprendendone in pieno le linee conduttrici. Presenta la collaborazione della band con David Grubbs, già Bastro, Squirrel Bait e Gastr del Sol, che suona il piano nella meravigliosa “W.”, pezzo più significativo che verrà infatti ripreso e ampliato nel disco seguente (lì è “Wird”).

Brano consigliato: W. – In breve: 3,5/5

 

THE WHITE BIRCH (1994)

Chris Brokaw lascia il posto a Doug Scharin e con lui la ritmica si fa freddo e scostante calcolo matematico. Il sound del disco è più compassato e i tempi si rallentano ulteriormente. I flebili spiragli di ribellione dell’esordio sono qui definitivamente sommersi negli spasmi vocali, una consapevolezza del dolore senza alcuna via d’uscita.

Brano consigliato: Tom – In breve: 4,5/5

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