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Alt-J – This Is All Yours

thisisallyoursPer gli Alt-J reggere la mole di complimenti e riconoscimenti piombati sulle loro spalle all’indomani della pubblicazione dell’esordio “An Awesome Wave” non dev’essere stata cosa di poco conto. Un Mercury Prize di qua, un titolo di miglior esordio dell’anno di là, una diffusa hipsteria collettiva e date sold out in ogni dove a condire il tutto. Insomma, se sei giovane – e gli Alt-J lo sono – e hai ancora bisogno di confermarti il rischio che corri è bello grosso. This Is All Yours, quindi, era atteso un po’ come il gol del 2-0 che mette al sicuro il risultato e allenta la tensione dei tifosi. Obiettivo raggiunto? Solo in parte.

Cosa c’è di buono in questo sophomore degli inglesi? Su tutto la voglia di stupire sottraendo anziché sommando, cosa non così scontata in quest’epoca di sfrenata corsa all’orpello elettronico. L’arpeggio quasi bucolico di una Warm Foothills o le corde appena pizzicate di Pusher, ad esempio, sono un qualcosa che mai ci saremmo aspettati dagli Alt-J, pervasi in questi episodi da un’inattesa vena cantautorale. Oppure il blues attualizzato al terzo millennio del singolo Left Hand Free, brano che dal vivo siamo certi raccoglierà diffusi consensi. O, ancora, i fiati dell’interludio strumentale Garden Of England, tutti momenti in cui il minimalismo vince su certi eccessi compositivi.

Cosa, invece, convince meno? Fondamentalmente al disco manca un po’ di mordente. Perché in “An Awesome Wave” l’incedere era arrembante, cavalcate di beat che rendevano la quasi totalità delle tracce perfetta per i passaggi radiofonici e il presenzialismo nei dj-set d’ascolto dei locali fighi. Non che si cerchi necessariamente ciò in un album, ma va da sé che erano state proprio quelle le armi vincenti dell’esordio della band. In “This Is All Yours” la sola The Gospel Of John Hurt riprende – e solo nella seconda metà – il discorso interrotto nel 2012, mentre per il resto i ritmi sono decisamente più blandi. Pochino per giustificare un almeno immaginario fil rouge teso all’affermazione di un sound.

Poi c’è che nell’altro singolo Hunger Of The Pine compare addirittura un sample di Miley Cyrus che recita «I’m a female rebel», a sdoganare – come va di moda ultimamente – il mainstream. C’è che l’album ha, almeno nella forma, una dimensione “circolare” che inizia con Arrival In Nara e finisce con Leaving Nara, quasi a sottintendere un percorso creativo non limitato al semplice accatastare pezzi finiti (la band stessa ha confermato come gran parte del materiale sia stata composta durante il tour a supporto del primo lavoro). C’è, infine, che anche stavolta la scelta dei singoli appare più che azzeccata, su tutti una Every Other Freckle che si attesta fra i brani migliori.

Quanto detto convince dunque che gli Alt-J sappiano davvero il fatto loro o che quantomeno siano consigliati benissimo, perché hanno saputo dosare con coraggio la voglia di provare qualcosa di nuovo e gli ammiccamenti a un pubblico estasiato dal loro primo album. “This Is All Yours” subisce il successo dell’illustre predecessore in termini di impatto, ma regala ai tre inglesi (rimasti in tre perché a inizio anno il bassista Gwil Sainsbury ha lasciato il gruppo) un dinamismo creativo che non tutte le giovani band posseggono.

(2014, Infectious)

01 Intro
02 Arrival In Nara
03 Nara
04 Every Other Freckle
05 Left Hand Free
06 Garden Of England
07 Choice Kingdom
08 Hunger Of The Pine
09 Warm Foothills
10 The Gospel Of John Hurt
11 Pusher
12 Bloodflood pt.II
13 Leaving Nara
14 Lovely Day (bonus track)

IN BREVE: 3,5/5

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