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Apparat – A Hum Of Maybe

Per uno come Sascha Ring, che ormai da tanti anni attraversa le sconfinate praterie dell’elettronica da capofila, spesso trainando tutti gli altri, stare fermi, rimanere in silenzio troppo a lungo, non è mai stata una opzione percorribile. Ring è uno che va in studio ogni giorno, che collabora con una marea di altri artisti, che produce, fa dischi e va in tour, da solo o con/per altri, praticamente senza soluzione di continuità da un quarto di secolo. Vederlo quindi bloccato come Apparat al meraviglioso “LP5” del 2019 faceva un po’ strano. Ma il perché lo ha spiegato lui stesso: un blocco creativo, di quelli che a gente come Ring tira il fiato e fa crollare certezze. Di quelli che si sbloccano solo mettendosi in discussione, uscendo dalla propria comfort zone. Provandoci, prima di tutto.

Il risultato di questo tentativo di Ring di tornare a fare ciò che sa fare meglio di quasi chiunque altro è questo A Hum Of Maybe, il sesto lavoro in studio a nome Apparat. Ed è un disco che, rispetto a quanto Ring ha abituato, si mostra decisamente meno monolitico, probabilmente anche meno centrato, proprio perché la via scelta − o da cui s’è fatto scegliere, dipende da come la si vede − da Ring sembra essere quella di provarle tutte pur di sbloccare una situazione di stallo. E Ring fa esattamente questo in “A Hum Of Maybe”, sfrutta un moto centrifugo che parte da ciò che Apparat è stato (ed è ancora) per poi a tratti allontanarsene, fuggendo da se stesso, scoprendo altri mondi e tornando di conseguenza al proprio con nuove esperienze e ritrovata freschezza. Un’esplorazione che a Ring è sempre appartenuta ma che in “A Hum Of Maybe” diventa prima di tutto una terapia di vitale importanza, da cui dipende la sussistenza stessa di Apparat come realtà artistica.

Ed è così che Ring si tuffa a capofitto in una dimensione che è una somma di tante diverse dimensioni, in cui le evoluzioni di James Blake, Thom Yorke e Bonobo flirtano fra loro su strati di fiati distorti e loop da videogame come nell’iniziale Glimmerine o in Williamsburg, in cui si alternano in maniera anche schizofrenica l’ambient spaziale di Gravity Test e una Tilth in cui il protagonista sembra un Bon Iver nato in Islanda e quindi bjorkizzato, in cui i quasi sei minuti di Lunes, in cui Ring sceglie chiaramente di non dare punti di riferimento giocando con i suoni, si alternano alla parte centrale del disco, ovvero la quasi title track Hum Of Maybe e An Echo Skips A Name, che sono invece il gancio più evidente con la classe melodica e catchy che Apparat ha sempre avuto nelle sue corde.

Non saremmo onesti, in primis nei confronti dello stesso Apparat, dicendo che “A Hum Of Maybe” si mantiene sui livelli eccelsi di ciò che Apparat è stato fino ad ora (ovviamente progetto Moderat incluso), si intravede chiaramente nelle pieghe dell’intero disco come siamo davanti a un lavoro di passaggio verso qualcos’altro o verso un ritorno. Ma parliamo pur sempre di un album in cui la produzione è una spanna sopra il 99% del resto di ciò che troviamo oggi in giro, in cui l’imprevedibilità diventa un fattore determinante tanto in positivo (molto) quanto in negativo (molto meno). Parliamo di un album che, soprattutto, ha rimesso Apparat in pista… e scusate se è poco.

2026 | Mute

IN BREVE: 3,5/5

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