
Se per “Mind Palace Music”, il loro esordio del 2021 poi rimesso in giro due anni dopo, Victoria Rose e Stone Filipczak avevano lavorato a distanza, per questo Autosmile, che segna anche il loro esordio sulla prestigiosa 4AD, la genesi è stata diversa visto che i due si sono adesso trasferiti entrambi a Philadelphia azzerando così le distanze. La ricetta degli @ resta qui la stessa dell’esordio sebbene più levigata: quindi chitarra acustica, quindi una manciata di archi e fiati, quindi un po’ di elettronica appena accennata, messa lì giusto per attualizzare un sound che altrimenti sarebbe potuto appartenere a qualsiasi momento a cavallo tra Sessanta e Settanta. E l’altro elemento che caratterizza il progetto @ è l’incastro delle voci di Rose e Filipczak, che si alternano nel ruolo di protagonista, si sovrappongono, s’inseguono senza mai raggiungersi e, quando lo fanno, si fondono quasi in una sola. Un’alchimia, questa, che non si vede spesso in giro e di cui gli va dato atto come uno degli aspetti più riusciti della loro creatura sonora.
Anni Sessanta, si diceva: sì perché i riferimenti sono tantissimi, vedi ad esempio Your Dog che è una dichiarazione d’intenti chiarissima, persa com’è in un vortice in cui Beatles e Beach Boys sono le forze motrici, ma anche il folk e la psichedelia che s’impastano le mani a vicenda in I Know You Are (But What Am I Thinking), che è un po’ la summa di questi @ giunti al secondo lavoro. C’è poi la solita visione avanguardistica che cosparge il disco ma col freno a mano tirato, c’è Punish My Mind che è condita da una sorta di field recording posticci (tra cui il verso di una scimmia) che danno un tocco wannabe bucolico al pezzo, c’è il country sottile di Amity che chiude il disco, c’è più in generale rispetto al debutto una maggiore inclinazione per un pop cameristico che a tratti gira in tondo senza arrivare al dunque. Un peccato veniale che però inficia l’andamento del disco.
Il gusto per le melodie accattivanti gli @ lo hanno mantenuto tutto, come nella title track e primo singolo estratto dal disco che ha un flebile ed apprezzabile afflato pop, di cui Rose e Filipczak non si vergognano affatto e che anzi cavalcano come meglio possono (ma non sempre gli riesce come vorrebbero, va detto anche questo). Così come nell’intero “Autosmile” hanno cavalcato la loro ispirazione, lasciandosi andare a tracce tendenzialmente più lunghe rispetto a quelle contenute nel predecessore ma perdendosi, probabilmente proprio per questo motivo, in una certa ripetitività che non aiuta il disco a decollare neanche quando potrebbe (ad esempio con la splendida Im Not In Pain che, però, ha un paio di minuti di troppo). A dispetto della sua apparente linearità “Autosmile” mette davvero troppa carne sul fuoco, e questo ci fa dire che il giudizio sugli @ va rimandato alla prossima uscita.
2026 | 4AD
IN BREVE: 3/5