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Baustelle – I Mistici Dell’Occidente

Un tempo, a dire il vero non troppo lontano, con le raccolte di hits ci si poteva campare anche per anni. La loro realizzazione, infatti, non richiedendo grossi sforzi di natura concettuale e/o progettuale, spesso e volentieri si riduceva in una vera e propria operazione di mera scelta tra questo o quell’altro singolo (purché “di successo”, s’intende), il che di fatto faceva la felicità degli ascoltatori “di passaggio” piuttosto che dello zoccolo duro di aficionados della prima ora. Di solito le raccolte raggiungevano gli scaffali dei negozi in concomitanza di ricorrenze speciali o, come accadeva il più delle volte, per fronteggiare imbarazzanti periodi di stasi creativa. Ogni tanto ci scappava anche l’inedito, ma questo è un altro discorso. Oggi tutto è cambiato: il mercato del disco è in crisi (per colpa di chi o di cosa, non è ancora dato sapere) e il concetto di “best of” è stato progressivamente superato da quello di “my playlist” (d’altronde, traendo spunto da un celebre slogan in voga negli anni Settanta, “il lettore mp3 è mio e lo gestisco io”). Ma, vi starete chiedendo, in che modo questo discorso può essere esteso all’analisi dell’ultimo album di inediti (il quinto per la precisione) della band di Montepulciano, che qui festeggia il suo primo decennale di carriera. Il come è presto detto. I mistici dell’Occidente, questo il titolo scelto da Bianconi e soci (in omaggio all’omonima antologia di Elémire Zolla, ndr), sin dalle sue prime note suona come un “nuovo vecchio” disco dei Baustelle, accompagnando l’ascoltatore al centro di un crocevia dove, tra souvenir impolverati e polaroid sbiadite, si incontrano personaggi e storie migrati da “Sussidiario illustrato della giovinezza” (2000), “La moda del lento” (2003), “La malavita” (2005) e “Amen” (2008). Si badi: dietro a quella che altro non è che una (per carità, discutibile) considerazione soggettiva, non si nasconde un tentativo mal riuscito di critica radical-chic (o da aperitivo, se preferite), bensì un sentito apprezzamento per un modo di raccontarsi, schietto e garbato, che da sempre rifiuta la logica dei repentini, quanto bizzosi, cambi d’abiti melodici, salvo quando questi siano dettati da un’esigenza di crescita interiore che richieda l’intervento di un “sarto” capace di realizzare su misura nuove soluzioni stilistiche. Un compito, questo, che nell’album in commento è stato affidato a Pat McCarthy, già produttore di artisti di fama internazionale del calibro di U2, R.E.M. e Madonna. A questi va dato il merito di aver catturato il sound tipico dei Baustelle e di averlo miscelato, senza compromessi di sorta, con componenti indie, folk e ambient. Il risultato è un gomitolo colorato di melodie che, sulla scia di un pezzo di Morricone, scivola sprovvisto di qualsivoglia titolo di viaggio lungo le panche e le code di una babelica departure lounge. Ma torniamo ai personaggi e alle storie, cui sopra accennavamo. In brani come IndacoLe raneFollonica,GroupiesLa canzone della rivoluzione, riaffiorano i leitmotiv dell’immaginario baustelliano: le rondini di celentanesca memoria, i misteri e le magie dell’adolescenza andata, le ragazze interrotte ed i loro diari sporchi, le vestigia degli amori sprecati ed i tremori di un Occidente sempre più ammalato. A fare da collante è lui, Francesco Bianconi, uno che la penna, che piaccia o no, la sa usare e pure bene, anche quando delle sue parole non ne è poi l’interprete finale, all’interno dei Baustelle (dove trova in Rachele Bastreghi una straordinaria complice) così come al di là delle pareti domestiche (basti pensare ai successi firmati per la Grandi). Ancora una volta il nostro oltre a raccontare, lato sensu, parla anche di sé, e lo fa attraverso un pezzo carico di amarezza, Il sottoscritto, che potremmo considerare come l’ultimo tassello di una trilogia ideale “sulla confessione dell’artista” completata da “Il musichiere 999” (2003) e “Il nulla” (2005). Quello di Bianconi è un mondo che profuma di celluloide, di film mai girati, dove nell’intervallo tra il primo ed il secondo può accadere davvero di tutto, finanche che il protagonista si rifiuti di tornare in scena. C’è un aggettivo, in conclusione, capace di racchiudere il senso dell’interno album nonché di chiarirne (rinunciando ai soliti paragoni) il ruolo discografico ed è “utile”. Utile perché, oltre ad illustrare l’evoluzione artistica dei Baustelle da band di nicchia a ensemble musicale di spessore (concetto, questo, perfettamente sintetizzato dal singolo di lancio Gli spietati), ha il merito di rammentare ai più, o semplicemente a chi di dovere, che non sempre è necessario far ricorso alle grandi raccolte per scoprire chi si è stati ieri, chi si è oggi, e chi si sarà domani.

(2010, Warner / Atlantic)

01 L’indaco
02 San Francesco
03 I mistici dell’Occidente
04 Le rane
05 Gli spietati
06 Follonica
07 La canzone della rivoluzione
08 Groupies
09 La bambolina
10 Il sottoscritto
11 L’estate enigmistica
12 L’ultima notte felice del mondo

A cura di Vittorio Bertone

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