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Beth Orton – The Ground Above

Nelle sue ultime uscite (ma a dirla tutta è sempre stata una sua costante creativa) Beth Orton ha avuto un approccio molto vario, decisamente oltre il seminato che l’artista inglese ci aveva fatto conoscere, con una spiccata tendenza alla sperimentazione e al cambiamento, con il persistente accostamento tra memorie folk ed elettronica che aveva raggiunto l’apice in “Kidsticks” (2016), decisamente più sopra le righe rispetto al precedente, meraviglioso “Sugaring Season”. Poi quattro anni fa ecco “Weather Alive” (2022), ecco il pianoforte a fornire nuova linfa alla creatività di Beth, ecco una nuova fase della sua carriera, fase che fortunatamente prosegue ancora oggi con l’approdo a The Ground Above, il suo nono lavoro in studio, un viaggio nella perdita, nelle possibili soluzioni per alleviarla, passando dall’amore nelle sue molteplici forme.

L’uso dei synth, mai invadenti, del sax appena accennato a dare un’atmosfera sublime e jazzata, rendono la title track e traccia d’apertura un manifesto in oltre otto minuti e mezzo di ciò che è in grado di dare questa Beth Orton targata 2026, un pezzo retto interamente dal piano in sottofondo e ovviamente dalla voce di Beth, dal suo vibrato dolente, da una interpretazione sofferta che affila le lame che spuntano taglienti dalle sue parole. E le prime parole del pezzo e quindi del disco sono “I’m invincible as grief”: non è ovviamente vero, non lo è Beth come non lo è nessuno di noi, ma Beth lo afferma subito, quasi a voler significativamente indirizzare l’intero percorso appena iniziato. Non ha mezzi termini Orton in questo disco, parla di quanto è difficile portare avanti le relazioni e di quanto lo sia ancor di più mettere un punto, perdere qualcuno che si è amato, e il suo racconto è tanto crudo quanto efficace, una carezza non accondiscendente, data non per dire “tranquillo, andrà tutto bene” ma piuttosto “lo so, fa male, ci sono passata anche io”. Cigarette Curls in questo senso è emblematica, da mettere su ogni qual volta ci si ritrova in situazioni di un certo tipo.

La cupezza e la malinconia del disco sono coinvolgenti a livelli mai raggiunti prima nella discografia dell’inglese, così quando poi Orton si apre a sprazzi di ottimismo, lasciando entrare nella sua e nelle nostre vite un raggio di luce, quel raggio finisce per valere molto più di quanto sarebbe valso se l’avessimo avuto lì a portata di mano fin dall’inizio. Non è la speranza che le cose vadano meglio, è la speranza legittima, la certezza che sta nella natura delle cose, che tutto passerà prima o poi. In I’ll Miss You c’è la consapevolezza granitica di quanto possa fare male l’assenza, un dolore che la sezione ritmica appena accennata (appannaggio niente poco di meno che di Tom Skinner) rende persino dolce, stesso effetto conferito dall’etereo piano che avvolge Celestial Light (in cui ritorna il tema della mortalità, già affrontato in maniera più intima nel lavoro precedente) e dagli archi che percorrono Love You Right.

“The Ground Above” diventa così un altro piccolo, meraviglioso bignami con il quale Beth Orton prova a insegnare a se stessa, prima che al pubblico cui si rivolge, il modo giusto per affrontare la perdita, la mancanza, un modo che non prevede sforzi che si rivelerebbero inutili ma che punta tutto sull’inesorabile scorrere del tempo come principale alleato (basterebbe la sola Waiting ad esplicitare al meglio il concetto). Un modo che non affievolisce affatto il dolore ma che dà quantomeno un nuovo focus su cui concentrare le proprie attenzioni. Quant’è rassicurante la maturità emotiva di Beth Orton, quant’è confortante poterne godere attraverso un disco come questo.

2026 | Partisan

IN BREVE: 4/5

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