
Non si poteva certo pensare che un disco come “OST”, pubblicato lo scorso anno, fosse per sua natura un qualcosa di ripetibile all’interno di una discografia come quella dei BIG|BRAVE. Ambient claustrofobico allo stato puro, colonna sonora per definizione e concezione, la voce di Robin Wattie praticamente inesistente se non per qualche sporadico vocalizzo. Tutto molto distante dalla ricerca dell’estremo che la band aveva sempre messo in pratica in passato. Ed infatti il trio cambia nuovamente le carte in tavola, sotto diversi punti di vista. Innanzitutto c’è che il trio è sempre un trio ma con una significativa modifica all’interno della formazione, una di quelle che non possono non lasciare traccia: Liam Andrews prende il posto di Tasy Hudson, ma non è un batterista per un altro batterista, è un bassista (e qualcos’altro) per un batterista, con il livello delle percussioni che viene di conseguenza ridotto in prossimità dello zero.
Questo ha comportato inevitabilmente anche un’evoluzione in ciò che è In Grief Or In Hope, il loro nuovo lavoro in studio: l’ambient di “OST” resta sulla sfondo ma soffocato da strati di droni, che vengono declinati di volta in volta in chiavi diverse. C’è un po’ di ricerca melodica, per quanto si possa parlare di melodie in relazione ai BIG|BRAVE, come nel caso della traccia d’apertura What May Be The Kindest Way To Leave, e c’è sicuramente un sensibile ritorno alle chitarre in questo disco, niente a che vedere con ciò che i BIG|BRAVE avevano fatto in passato ma di certo molto, molto più che nel lavoro precedente (e non poteva essere altrimenti). Finalmente anche Robin Wattie ritorna protagonista con la sua voce (anche passata all’autotune, come in An Uttering Of Antipathy) che fa e disfa mente e cuore di chi sta all’ascolto, visto come sa essere dolce e lacerante al tempo stesso: l’angoscia di A Shape Of Shame non è di quelle facili da digerire e assimilare, ti prende da dentro provando (e riuscendo) a tirarti fuori l’anima, così come il tetro industrial di Verdure non lascia scampo mentre i sussurri di Wattie sembrano chiedere aiuto da lontano.
Carezze e pugni, rarefazioni, distorsioni e un approccio che ricorda da vicino un disco meraviglioso come il “Double Negative” dei Low (2018), per il suo saper mischiare con attenzione droni e i rallentamenti tipici dello slowcore, ma anche maestri come gli Einstürzende Neubauten, i BIG|BRAVE nella loro ormai lunga discografia hanno saputo dipingere come pochi altri il dolore e la speranza che anche questa volta impregnano completamente il disco, e non soltanto per l’evidente chiarificazione che viene data dal titolo dell’album. E così, alla fine, nella title track che chiude significativamente i trequarti d’ora di “In Grief Or In Hope”, sta tutta l’essenza dei BIG|BRAVE: droni catacombali e quella domanda che ti lascia interdetto e in attesa: “When does one feel the most / Is it in grief or is it in hope?”. La risposta, tanto per i BIG|BRAVE quanto per noi, non può che fare tutta la differenza del caso.
2026 | Thrill Jockey
IN BREVE: 3,5/5