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Blur – The Ballad Of Darren

Quando si ritorna dopo molto tempo lo si fa sempre accompagnati da un filo di luce obliqua. È la natura dei ritorni questa, perché sono i ritorni a essere così: mostrano il volto cinematografico della vita. Si prende un treno, si entra in un luogo conosciuto, scorgi negli altri particolari cambiati: una capigliatura sofferente, quegli occhi schiacciati dalle rughe, ma anche ciò che non muterà mai come il modo di camminare o quello di impugnare uno strumento. Quando Damon Albarn varca la porta del 13 Studios per registrare The Ballad Of Darren, quindi, è il solito ragazzo di “Song 2” e il cinquantacinquenne totem della musica inglese. Sì, proprio così, contemporaneamente. E anche gli altri, Graham Coxon, Alex James e Dave Rowntree, cazzoni padri di famiglia, con qualche acciacco ma con la solita passione per il cibo spazzatura.

Sembra quasi la sequenza che riporta Rent Boy a incontrare i suoi amici vent’anni dopo “Trainspotting”, quei corpi di vecchi ragazzini dentro t-shirt da ragazzini con un mondo di cose successe nel frattempo. E nel frattempo i Blur, negli otto anni passati da “The Magic Whip” (2015), hanno fatto come se i Blur non esistessero. Albarn tra i mille progetti tra cui l’attività con i Gorillaz. Coxon con The Waeve, Rowntree da solista e James tra documentari e scrittura. Insomma i Blur sono quattro musicisti che se scrivono un disco insieme lo fanno perché è un richiamo della natura, non di montagne innevate e lupi bianchi ma di caffè neri, di Londra col suo carattere cangiante, e di un rock che crocchia da sotto i tappeti.

“The Ballad of Darren” è un album in cui si racconta di un tempo, di questo tempo, del loro tempo. E farlo, passati i cinquanta, non è mai semplice se non ti chiami David Bowie. Partiamo dal titolo, i Blur scelgono di omaggiare Darren “Smoggy” Evans, storico bodyguard della band, anche lui oggi invecchiato e con un’espressione stampata in faccia da sbirro in pensione, perché è il confronto col tempo ciò che interessa, e l’assenza di qualcosa. Lo soffia Damon nell’apertura di The Ballad: “Ho appena guardato nella mia vita, e tutto ciò che ho visto, è che non tornerai” mentre (appunto) una ballata dolceamara, con richiami a Bacharach, scivola in un caldo tormento. È il tracollo della relazione sentimentale tra Albarn e la sua compagna dopo venticinque anni, un piccolo film in musica.

I Blur di oggi sono uomini con della sostanza da condividere, sostanza musicale naturalmente, con un disco che risplende di diverse tinte: il pop pastello di Barbaric con certe venature di chitarra che Coxon lascia nell’immaginario; la canzone rock St. Charles Square che si staglia su un cielo viola, viola oggi più di ieri. The Everglades con un arpeggio bianco come certe camicie inamidate che vestiva Leonard Cohen a cui è dedicata questa delicatissima canzone. Damon dice “You of grace”, e nessun’altra definizione è stata mai più precisa per raccontare Cohen. E basterebbe l’assolo finale di sintetizzatore in Goodbye Albert per far spiccare il volo a un arcobaleno dopo il dolore.

La copertina di Martin Parr mostra un uomo in solitaria mentre nuota in una piscina sovrastata da un cielo che promette tempesta, il narcisismo di un uomo che nuota nonostante tutto, come se quella piscina fosse la sua vita. I Blur conoscono quel cielo nero. The Narcissist è un pezzo dei Blur, dei Blur al cento per cento. Con queste chitarre agrodolci, l’incedere elettrico, un coro antico, Damon Albarn con la sua voce offesa: “Se vedi l’oscurità – stringe i denti – distogli lo sguardo, io farò brillare una luce nei tuoi occhi che probabilmente mi restituirai”. Perché alla fine siamo persone con tanto bisogno della luce degli altri.

2023 | Parlophone

IN BREVE: 4,5/5

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