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Bodega – Broken Equipment

Divisi tra indie rock furbo e orecchiabile e asperità frutto di esperimenti punk, il tutto unito ad un modo di cantare che richiama hip hop e rap rock, in una formula per certi versi simile a quella sperimentata recentemente dagli Yard Act, i newyorchesi Bodega erano già riusciti ad attirare l’attenzione su di sé con il buon debutto “Endless Scroll” (2018), tra testi ricchi di rimandi alla pop culture e la benedizione/valida produzione di Austin Brown dei conterranei Parquet Courts.

Il sophomore Broken Equipment ripete la magia: le liriche presentano stavolta riferimenti più colti che comprendono Hemingway e Seneca, poiché ispirate da una sorta di club del libro serale basato su letteratura e filosofia, che includeva i componenti del gruppo e alcuni amici, e sullo sfondo le grandi protagoniste sono ancora una volta le chitarre. Rispetto al predecessore, la band capitanata da Ben Hozie e Nikki Belfiglio ha optato per un sound più ricco, un po’ meno rigido e spigoloso, riempiendo lo spazio con un maggiore uso della catena di effetti per chitarre.

A scaldare i motori sono il basso dinamico e i guitar riff ruvidi dell’ottima apertura di stampo post punk Thrown, lasciando successivamente campo libero ad uno dei pezzi migliori del disco, l’ironico ed efficace anthem Doers, caratterizzato da atmosfere sintetiche e tutto giocato sullo stravolgimento di frasi motivazionali e un’interpolazione della ben nota“Harder, Better, Faster, Stronger” dei Daft Punk. La parola passa a Nikki con le ansie e le contraddizioni di Territorial, brano che pone in risalto influenze new wave di fine anni Settanta/inizio Ottanta dei Talking Heads e dei primi B-52’s.

Quando si pensa al contesto urbano di New York non si può non ricordare immediatamente i paesaggi descritti nelle liriche e nelle sonorità dei Velvet Underground: i temi di NYC (Disambiguation) sono decisamente molto diversi da quelli di velvettiana memoria, ma parte del guitar sound e della modalità di narrazione derivano da lì, mostrando un’altra prospettiva (ovviamente più attuale), libera da ipocrisie, della Grande Mela. Pubblicata a metà Febbraio in nove lingue differenti (italiano incluso), Statuette On The Console si colloca tra punk e pop e il suo ritornello giocoso fa lo sgambetto alla religione e alle idee imposte dalla società, a rubare la scena è la voce di Belfiglio che ricorda Kathleen Hanna nel progetto Le Tigre.

Si continua con l’intricata C.I.R.P. che strizza l’occhio ai Beastie Boys, a cui seguono i sentimenti puliti della placida Pillar On The Bridge Of You, dedica di Ben a Nikki; e il coinvolgente sing-along per liberarsi da ogni frustrazione di How Can I Help Ya. Il sarcasmo tragicomico (e preoccupante) e il timore del futuro di No Blade Of Grass, che considerato il periodo attuale è ben più che calzante, si appresta a lasciare spazio al rush finale composto dalle chitarrine nineties di All Past Lovers, la più profonda Seneca The Stoic, scegliendo infine di tornare sui sentieri pseudo-velvettiani con la ballad semi-acustica conclusiva After Jane.

Danzereccio, umoristico, variopinto ma coerente, “Broken Equipment” segue il percorso di crescita molto promettente del quintetto di indie punkers di Brooklyn e ne dimostra la versatilità e una buona capacità in fase di stesura dei testi, e sebbene non inventi nulla di totalmente nuovo, utilizza molto bene il materiale a disposizione, scorrendo via in men che non si dica, fluendo in forma di piccola poesia urbana moderna, impegnata, ma non troppo, e quindi sempre alla portata di tutti.

(2022, What’s Your Rupture?)

01 Thrown
02 Doers
03 Territorial
04 NYC (Disambiguation)
05 Statuette On The Console
06 C.I.R.P.
07 Pillar On The Bridge Of You
08 How Can I Help Ya
09 No Blade Of Grass
10 All Past Lovers
11 Seneca The Stoic
12 After Jane

IN BREVE: 3,5/5

Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, fotografia e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.

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