
Gli irlandesi Cardinals sono arrivati solo adesso al loro album d’esordio. Ma dei Cardinals da Cork si parla già da un po’, complici il singolo “Roseland” del 2023, che ha fatto di loro un piccolo caso in patria e anche fuori, e l’omonimo EP di metà 2024 che non ha fatto altro che far aumentare l’hype nei confronti della band e di quello che sarebbe stato il loro vero esordio sulla lunga distanza. Il motivo di tale attenzione è presto detto: i Cardinals sono riusciti fin da subito a mischiare bene una fortissima propensione indie pop, quindi melodie a presa (quasi) rapida e strutture lineari, alla tradizione folk della loro terra, creando così una miscela molto facile da digerire e molto attuale, visto ciò che c’è in giro e va per la maggiore (ad esempio i connazionali Fontaines D.C. il cui frontman Grian Chatten ha avuto parole d’elogio per i Cardinals). Masquerade, però, è un po’ un’altra cosa. O meglio, è la stessa cosa ma declinata in una chiave che è facile percepire diversa.
Le tinte utilizzate qui dai Cardinals, infatti, sono decisamente più scure che nel breve, recente passato, una differenza affatto di poco conto. Brani come Anhedonia, ad esempio, sono avvolti da una coltre fuligginosa che in qualche modo va a mitigare le basi indie pop su cui si poggiano pur sempre le costruzioni della band (anche se un po’ meno), dando così anche l’impressione di una certa maturità raggiunta dai Cardinals nel corso di questi frenetici mesi che li hanno visti fare i conti con una precoce popolarità e con la realizzazione di questo disco di cui stiamo parlando. La fisarmonica, poi, anche quando non è in primo piano ma relegata al ruolo di accompagnamento (vedi Over At Last), tesse un costante substrato emotivo prima che sonoro, accentuando la connessione della band irlandese con la propria terra e rendendola così palese a chiunque gli presti ascolto. Altro elemento sui cui i Cardinals hanno deciso di puntare maggiormente in “Masquerade”.
Tra post punk d’annata (She Makes Me Real), passaggi più marcatamente folk (St. Agnes), spunti tendenti alla new wave (Big Empty Heart) e puntate in cui la musica va in secondo piano per lasciare spazio al messaggio (The Burning Of Cork prende come spunto la distruzione della città da parte delle forze britanniche nel 1920 per fare un parallelismo con ciò che sta accadendo oggi sotto i nostri occhi a qualche migliaio di chilometri), i Cardinals giocano con tutto un campionario di spunti (dai già citati Fontaines D.C. a gente come Beirut, passando per gli altri irlandesi The Murder Capital e per tocchi più rumoristici in quota shoegaze) apprezzabili ma mai sviluppati in modo davvero ma davvero convincente (o quantomeno non così convincente da far gridare al miracolo).
Andando avanti e indietro nell’ascolto dell’album non tutti i passaggi risultano quindi davvero a fuoco o memorabili, spesso la band finisce per auto-soffocarsi in una certa ripetitività, il che ci chiarisce come forse, e sottolineiamo il forse, i Cardinals non siano (ancora) esattamente i fenomeni di cui s’è detto in giro, forse oggi si fa troppo presto a parlare di next big thing, a dare a un giovane gruppo di musicisti dei predestinati, a fare paragoni scomodi in primis per la band stessa. Ma è chiaro che siamo dalle parti di un progetto con qualità e con la giusta visione, della musica e soprattutto della proprio musica, una visione che andrebbe solo incanalata in binari più precisi e diretti, senza troppi scambi cui prestare attenzione. Il tempo e l’anagrafe sono dalla loro parte, a noi non resta che attendere.
2026 | So Young
IN BREVE: 3/5