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Ceremony – Tell Me Your Dream

La storia dei Ceremony da Rohnert Park, California è una storia fatta da ormai due decenni di attenzione: per la tradizione del loro genere di riferimento, il punk, guardando a quei maestri che proprio dalle loro parti hanno segnato una pezzo importante di quel modo di fare musica; ma anche attenzione per il mondo che alla velocità della luce gli gira intorno, con i suoi mille cambiamenti, le sue mille storture, i suoi mille riusciti tentativi di metterci e metterli continuamente alla prova. E ovviamente anche questo Tell Me Your Dream, che è il loro settimo lavoro in studio a sette anni di distanza dal precedente “In The Spirit World Now” (2019), non si discosta dal canovaccio concettuale che Ross Farrar e soci stringono da sempre fra le mani: quindi punk abrasivo (come agli esordi), piccoli cenni post hardcore (negli episodi più intransigenti della loro discografia) e new wave d’annata (un po’ la new entry del disco di sette anni fa).

Nuovamente al lavoro con il produttore John Reis, i Ceremony di questo “Tell Me Your Dream” sono − ma a dirla tutta lo sono sempre stati, solo che la maturità lo rende più evidente e apprezzabile − un band pienamente consapevole di cosa è il punk, di cosa è il post punk, di cosa voglia dire fare musica fattivamente e politicamente impegnata. Musica figlia sempre del contesto in cui viene prodotta, dunque potete ben immaginare cosa possa essere un loro album uscito in un’epoca terrificante come quella che stiamo vivendo. E si schierano apertamente, ad esempio pro Palestina (ma più in generale contro la guerra) in Madness, con il post punk della casa che si fa urticante, graffiante, crudo come dev’essere quando l’argomento lo richiede. E sembra assurdo doversi quasi congratulare con loro per un qualcosa che chi fa punk e derivati dovrebbe fare senza neanche pensarci (spoiler: non è così, si contano sulle dita di poche mani le band davvero ma davvero schierate esplicitamente; quindi sì, c’è da complimentarsi con i Ceremony).

Il disco è decisamente vario e testimonia l’approccio di una band che aggiunge sempre qualcosa alla propria proposta senza mai fargli spazio togliendo dell’altro: ne è prova il singolo Dark Summer, che si trova in un limbo tra i New Order di “Regret” e i Modern English di “I Melt With You”, in entrambi i casi un’eco marcatamente new wave che alleggerisce la percezione generale dell’album, stesso effetto dato dalla conclusiva Paradise, che segue le stesse coordinate e ha un qualcosa dei Fontaines D.C. più atmosferici (con ogni probabilità è il cantato di Farrar a dare quest’effetto al pezzo). Ma ne sono prova anche Other Hells, che davvero sembra forgiata nelle fiamme dell’inferno tanto è incendiaria e arrembante, oppure il synth sempre sul punto di esplodere − ma non avverrà mai, non aspettatelo − di Antenna e le pulsazioni di 10 Planets, tutte piccole godibili variazioni sul tema della band.

“Tell Me Your Dream” è l’ennesima dimostrazione di come i Ceremony, rischiando e non trovandosi sempre del tutto a fuoco nella loro storia, prendendo spunto in modo a volte ai limiti dello scimmiottamento da numi tutelari evidenti e mai nascosti (insomma, parliamo pur sempre di una band che deve il proprio nome a un brano dei Joy Division, e se ascoltate attentamente il basso dell’iniziale Prograde potrebbe venirvi un colpo per la somiglianza), non smettono però mai di guardarsi intorno, di lottare e darsi da fare per ciò che è giusto, di dare un senso a un qualcosa che va fatto in un determinato modo per poter avere una rilevanza. Altrimenti, è chiaro, sarebbe persino meglio non farlo affatto.

2026 | Relapse

IN BREVE: 3,5/5

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