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Chat Pile – Who Loves The Sun

Il mondo sulle copertine dei Chat Pile è sempre Oklahoma City. Un mondo chiuso, circoscritto, decadente, distante e presente. Il mondo nelle opere dei Chat Pile è un mondo chiuso, a sua volta. Soffocante, senza luce, incestuoso. Un mondo in cui, almeno qui su Who Loves The Sun, il cantato di Ray B. sembra spesso ripetersi come una litania, come fosse un cunto siciliano – con la medesima cadenza, il medesimo tono, le medesime note. In cui il basso di Stin conosce solo la cadenza del rintocco, la batteria di Cap N’ Ron solo il rumore sordo di un sasso e la chitarra di L. Manhole gioca al piccolo chimico con le sostanze più letali in laboratorio per trovare una cura, definitiva, al dolore.

I Chat Pile (se non si consideriamo la collaborazione con Hayden Pedigo e la soundtrack di “Tenkiller”) sono al loro terzo LP in studio, sempre con The Flenser. Sono arrivati sui nostri stereo, insomma, nel 2022. Eppure sembra che stiano qui da molto più tempo. Come mai? Perché hanno la statura di chi compone per restare – e aggiungono, con questo scuro mattone, un altro centro alla loro intensa discografia.

Rispetto ai predecessori, può quasi dirsi il loro lavoro più confidenziale, privato e – a suo modo – melanconico: sia a livello lirico (si leggano Creature o la splendida Family Funeral) che compositivo (emblematiche, su tutte, Same Rules e la conclusiva October All The Time). PEN I S MALL è l’assalto frontale più diretto del lotto, insieme a (un gradino sotto) Shrine e Influence, ma è il mood complessivo a tracciare una piccola linea col passato. Qualcosa degli Have A Nice A Life, dei Big Black, dei Jesus Lizard. Lo stranissimo finale, pocanzi anticipato, tradisce se stesso con un dissapore inusuale per chi conosce bene i Chat Pile, nella sua semplicità quasi naif (“Everything will be fine / The sun will continue to shine / Everything will be fine / October all the time”) che poi a breve, chiaramente, collassa.

Una delle foto promozionali del disco ritrae la band su un prato verdissimo. Uno di loro ha una maglietta gialla, un altro la faccia di un chihuahua stampata addosso. C’è anche un cane seduto lì, con un cappello rosso in testa. Sembrano quasi le persone che gli pseudonimi (scelti da ogni membro) hanno protetto dal male, gli alter ego di chi ha registrato altri dieci pezzi nerissimi. E invece sono le stesse persone, gli stessi artisti, gli stessi amici coi quali andresti al bar. Così è “Who Loves The Sun”. Non la buona notte del diavolo, ma la sua meritata ora d’introspezione.

2026 | The Flenser

IN BREVE: 4/5

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