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Cloud Nothings – Last Building Burning

Sono anni ormai che si discute di una presunta morte del rock chitarristico, di come le proposte più musicalmente interessanti siano da ricercarsi altrove, di come “i gggiovani” ricerchino i loro inni generazionali più nella trap e nel pop d’alta classifica che non nei guitar hero. Curiosamente, a dire cosa piace ai suddetti gggiovani sono quasi sempre 35enni/40enni che la sera stanno al caldo a guardare Netflix piuttosto che uscire insieme ai gggiovani, ché non ci ho voglia di parcheggiare, e poi c’è casino, e poi la fila per entrare nel locale, e poi, cazzo, dieci euro un cocktail? No, per carità, che domani mi sveglio col mal di schiena e il mal di testa. Dylan Baldi non è più forse il ragazzino diciottenne che registrava in casa e pubblicava la sua musica su account di band fittizie su MySpace, né quello che esordì con i Cloud Nothings nel 2011, ma certamente non fa parte della schiera dei tromboni e, come probabilmente moltissima parte di quelli ai quali ancora non pesa il culo tanto da non alzarsi dal divano, passa pochissima parte del suo tempo ad intellettualizzare la musica, ed i generi musicali, e la chitarra, ed il rock chitarristico. Quel che fa, più o meno, è prendere la chitarra e farci il cazzo che gli pare.

Col precedente “Life Without Sound” (2017), sembrava che il gruppo di Cleveland avesse definitivamente perso l’energia che li rende interessanti, sostituita da un indie rock ormai stantio (che spesso fa gridare noi tromboni alla “morte del rock”): angoli tirati a lucido, suono depotenziato e, soprattutto, scrittura non al livello consueto; provate ad ascoltare Last Building Burning ad alto volume, cari sodali tromboni, e dimenticherete anche il significato dell’aggettivo “stantio”. Baldi e soci sono inferociti, suonano con rabbia e cazzimma e non hanno mai avuto un suono così solido.

Un terzetto iniziale di pezzi aggiusta la cornice entro quale si muoverà l’album: il migliore dei tre pezzi è l’apripista On An Edge, veloce, feroce e brillante, ma Leave Him Now non è molto da meno, con un ritornello quasi pop ma un muro sonoro che impedisce al pezzo di fare la fine dell’album precedente. Azzardano anche un’epopea sonora (gli undici minuti di Dissolution, ben riuscita e mai noiosa) e non abbassano mai il tiro per gli interi trentacinque minuti di questo quinto album.

Non è niente di particolarmente innovativo, cari tromboni, lo sa bene chi ha vissuto musicalmente gli anni Novanta, e poi gli anni Zero, e poi gli anni Dieci; quelli che ci attaccano il pippone sulla musica underground dei loro tempi, ché l’alternativa non era un’alternativa ma loro ascoltavano l’alternativa vera, la storia la sappiamo bene. Ma ai Cloud Nothings fregancazzo, né interessa alle centinaia di migliaia di persone che li seguono. Se il rock è morto, chiedete, amici tromboni? Non frega un cazzo a nessuno. Ma magari a qualcuno interesserà ascoltare un album solido, ben scritto e ben suonato, senza stare troppo a pensare se il substrato sonoro è fatto da chitarre o drum machine, senza pensare a misurare la temperatura ai generi musicali, che non sono la nonna sul letto d’ospedale, né il pupo nella culla.

(2018, Carpark)

01 On An Edge
02 Leave Him Now
03 In Shame
04 Offer An End
05 The Echo Of The World
06 Dissolution
07 So Right So Clean
08 Another Way Of Life

IN BREVE: 4/5

Reverendo Dudeista, collezionista ossessivo compulsivo, avvocato fallito, musicista fallito. Ha vissuto cento vite, nessuna delle quali interessante. Scrive per Il Cibicida da un numero imprecisato di anni che sarebbe precisato se solo sapesse contare.

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