
A volte si ha solo bisogno di riaffermare con forza chi si è, cosa si è. Non importa che si tratti di una risposta a una domanda proveniente dall’esterno o più semplicemente di una necessità espressiva, a volte va fatto e basta. I Converge ultimamente si erano un attimo allontanati da ciò che sono sempre stati, vista quella che fino a questo momento era stata la loro ultima uscita discografica, ovvero quel “Bloodmoon: I” che nel 2021 li aveva visti collaborare con la regina delle tenebre Chelsea Wolfe. Una collaborazione che si dipanava su territori decisamente più atmosferici e rarefatti di ciò cui i Converge avevano abituato. A dirla tutta, anche il precedente “The Dusk In Us” (2017) aveva in un certo qual modo smussato molte delle asperità dei primi Converge, specie in fase di produzione, presentando già allora una band sensibilmente diversa.
Come avrete intuito dalla nostra premessa, Love Is Not Enough, che è l’undicesimo lavoro in studio della formazione di Salem, Massachusetts, è un disco con cui Kurt Ballou e soci fanno un deciso passo indietro alla purezza, alla crudezza, alla durezza di ciò che sono stati (e che live non hanno mai smesso di essere, a essere onesti), riaffermando con forza ciò che sono sempre stati nonostante brevi intermezzi. “Love Is Not Enough” è un album in cui nessuna sovrastruttura o calcolo si mette tra i Converge e il loro pubblico, in cui Jacob Bannon torna violento e drammaticamente angoscioso, in cui la produzione risulta secca, diretta, matematicamente confusionaria. Insomma, un qualcosa vagamente (ma mica tanto) dalle parti di “Jane Doe” o giù di lì, giusto per tirare in ballo quello che è stato il loro lavoro più impattante, pubblicato nel 2001.
L’essenzialità di “Love Is Not Enough” risalta subito già dalla title track che apre il disco, una bordata in cui metalcore e thrash d’annata si mescolano in una brodaglia altamente infiammabile e pericolosamente urticante. La carneficina tanto sonora quanto concettuale (sì, perché i testi di Bannon sono pressoché integralmente incentrati sul fastidio per un’umanità allo sbando) che ci danno in pasto i Converge è inquietante: Distract And Divide riprende gli insegnamenti di colossi come gli Slayer e li macchia col grind, Beyond Repair sono due minuti e mezzo strumentali che vagano tra Black Sabbath e Swans annebbiando e confondendo la mente dell’ascoltatore, Gilded Cage si perde in mortifere divagazioni noise, fino a Make Me Forget che in quasi cinque minuti (ed è anche la traccia più lunga di un disco di appena trentuno minuti complessivi) rade al suolo ogni certezza raccolta fino a questo momento, chiudendosi con un inquietante minuto ambient.
L’indubbia abilità dei Converge nel confezionare il tutto e la loro esperienza ormai ultra trentennale fanno il resto, portandoli a tornare in pista dopo quasi dieci anni (escludendo ovviamente la già citata collaborazione con Chelsea Wolfe) in una forma smagliante e con le idee a dir poco chiare su dove andare a parare con i loro assalti all’arma bianca. Che fossero leggende di un sottogenere lo sapevamo già, che potessero ambire anche a qualcosa di più, invece, è una condizione che stanno continuando a guadagnarsi e meritarsi col trascorrere degli anni. Imprescindibili.
2026 | Epitaph
IN BREVE: 4/5