
Prima di addentrarci a parlare di Year Of The Horse, occorre fare un breve excursus su chi e cosa sono i Cor de Lux. Innanzitutto occorre dire che questo non è un vero e proprio album d’esordio, avendo i quattro pubblicato già due dischi autoprodotti, “Dream Life” nel 2020 e “Media” nel 2023. Ma è un esordio per quanto riguarda il circuito discografico che conta, trattandosi del loro debutto su Ipecac, un’etichetta che difficilmente si lascia sfuggire qualcosa di valido quando c’è da diffondere del rumore. Aggiungiamo poi che la provenienza della band è tutt’altro che secondaria nella comprensione della loro musica: vengono infatti dalla North Carolina, uno di quegli stati del Sud Est degli Stati Uniti in cui è più facile sentirsi al confine − ma anche al confino − del mondo, dove la musica diventa una questione di sopravvivenza mentale più che un hobby da coltivare nella speranza di riuscire a racimolare prima o poi qualche dollaro per sbarcare il lunario.
E come tutte quelle esperienze che si sono mosse e si muovono in un contesto di isolamento geografico, lontane dai grandi centri del fermento artistico, la musica dei Cor de Lux è ibridazione allo stato puro, partendo sempre da quel grande e fecondo brodo primordiale che è l’indipendente americano. Nello specifico i Cor de Lux pescano tantissimo da chi, un po’ più a Nord di loro, quell’indipendente l’ha marchiato a fuoco: i Sonic Youth da New York ovviamente, da cui la band della North Carolina prende le dissonanze, il modo di giocare col rumore e, più in generale, un piglio noise che fa davvero la differenza nella loro musica, vedi tracce come l’iniziale Blind Smile che se non è un omaggio poco ci manca. Ma l’insegnamento della band di Thurston Moore è ricorrente nel corso delle nove tracce che compongono “Year Of The Horse”, vedi i sei minuti di Ping Pong o i finali al fulmicotone di Bread Bag e The Deli. Più in generale è lo schema dell’intero disco ad assopirsi un po’ su una formula che prevede climax ascendenti indirizzati alla velocità della luce verso chiusure dirompenti.
La seconda band che è impossibile non citare sta invece sempre sulla stessa costa ma stavolta a Boston, e parliamo neanche a dirlo dei Pixies: facile identificare il principale punto di contatto nell’incastro di una voce maschile e una femminile, visto che Dawn Moraga e Tim Lusk si scambiano spesso i ruoli e ancor più spesso si accavallano, vedi Cannibals; ma è il gusto per melodie accattivanti, come quella su cui si basa Long Face People, a riportare alla mente dei professionisti del settore come Frank Black e soci. “Year Of The Horse” non è un lavoro che aggiunge qualcosa alla lunga e tortuosa storia dell’indipendente americano, è un disco ampiamente derivativo che percorre sentieri che gli appassionati del genere conoscono a menadito, ma è anche un disco che trasuda genuinità, caratterizzato da un sensibile forza propulsiva, dove il noise fa a spallate col post hardcore e dove il più classico rock chitarristico (vedi The Western) s’innesta in una prepotente estetica DIY. Tutto affinabile, ma tutto terribilmente sanguigno.
2026 | Ipecac
IN BREVE: 3,5/5