
Courtney Barnett ha sempre flirtato con la precarietà della vita, con equilibri assenti o nel migliore dei casi labili, con un’insicurezza insita nella sua persona e sicuramente non supportata dal mondo che la (e ci) circonda. E Creature Of Habit, il suo vero quarto lavoro in studio, in fondo continua a parlare di tutto ciò come lo facevano già i suoi indolenti predecessori, solo che per Courtney è diventato adesso abitudine, un qualcosa con cui smettere di fare i conti ma piuttosto da abbracciare come fosse un neo sempre presente sulla sua pelle. Ha capito che è questa la sua natura, la sua abitudine, e l’ha capito anche rapportandosi agli altri esseri umani che, a guardali bene, non sono poi così diversi da lei. La classica presa di coscienza della maturità, di chi finalmente comprende di non essere fatto per il rischio, per uscire dalla propria dimensione, per perdersi con la possibilità di non ritrovarsi mai più. Ma a cui, nonostante ciò, la vita imporrà comunque dei cambiamenti.
Ed è un concetto, questo, che nel corso del disco è più di un filo conduttore, è un vero e proprio mantra che Barnett sembra ripetersi all’infinito fin da Stay In Your Lane che apre la tracklist, dal messaggio piuttosto chiaro: sarebbe andato tutto bene se fossi rimasta sulla mia strada. Poco coraggioso, forse, ma di certo meno stressante, ché non tutti siamo fatti per lasciarci andare all’adrenalina dell’ignoto, anche se Courtney una porta sembra sempre lasciarla aperta. Lo stesso in Site Unseen, in cui Courtney è impegnata in un botta e risposta con Katie Crutchfield aka Waxahatchee, dove le due sembrano interrogarsi e stimolarsi a vicenda se andare o restare (e molto probabilmente ha a che vedere col trasferimento di Barnett dalla natia Melbourne a Los Angeles, non una roba di poco conto in termini di distanza e ritmi di vita, un cambiamento pratico ed effettivo portato a termine). O ancora in Sugar Plum, dov’è il concetto di annegamento (in senso lato, ovviamente) a reggere la narrazione.
Musicalmente “Creature Of Habit” segna anche una certa dose di variazioni sul tema: c’è un po’ di psichedelia latente (come in One Thing At The Time, dove, come dicevamo poco sopra, Courtney sembra persino aprirsi al cambiamento), più in generale dei ritmi meno arrembanti e chitarre oggettivamente meno stridenti del recente passato di Barnett, lasciando in parte quella dimensione indie rock/slacker che le era stata (a torto?) affibbiata fin dall’esordio per evolversi invece verso un’altra strettamente più cantautorale e riflessiva. Che, a dirla tutta, sembra davvero calzarle a pennello, come in Mostly Patient dove percorre i binari di un convincente folk patinato.
Alla fine di questi quasi quaranta minuti di giro di giostra, l’unica certezza che ci resta − e che crediamo debba restare ben salda anche nella testa dell’autrice − è come Courtney Barnett sia tremendamente brava a fare ciò che fa ormai da un po’ di anni (la sua è adesso una carriera lunga oltre un decennio), forse abitudinaria nella gestione della sua proposta musicale ma non per questo ripetitiva o priva di sfaccettature, men che meno di qualità, che è sempre alla base di ciò che ci sottopone. Quindi, dopotutto, perché mai cambiare le carte in tavola se questo gioco sta bene in primis a lei e in secondo luogo anche a noi che l’ascoltiamo?
2026 | Mom + Pop/Fiction
IN BREVE: 3,5/5