
Quando nel 2024 i DEADLETTER uscivano con “Hysterical Strength”, il loro esordio sulla lunga distanza, chiudevamo la nostra recensione del disco affermando come, alla luce di quanto c’avevano fatto sentire e della varietà della loro proposta, le strade che la band avrebbe potuto percorrere sarebbero state davvero tante. Sarebbe toccato solo a loro capire e decidere verso quale direzione muoversi e far muovere la propria musica. Oggi che Zac Lawrence e gli altri sono tornati con questo Existence Is Bliss, dobbiamo constatare con un certo disappunto come i DEADLETTER abbiano deciso semplicemente di rimanere fermi, immobili in ciò che aveva funzionato nel loro debutto e che qui ripropongono pedissequamente, con praticamente nessuna sensibile variazione sul tema.
Chiariamo subito: “Existence Is Bliss” non è affatto un lavoro totalmente negativo, ce ne fosse di musica come la loro in giro, ma è un lavoro completamente adagiato sui complimenti trasversali ricevuti, un disco che corre pochi − per non dire nessuno − rischi e che quindi non si giova dell’effetto sorpresa che una nuova band può suscitare con un album d’esordio ben assestato e ben realizzato. Lo schema dei DEADLETTER, che li ha visti impegnati in un post punk condito da sax (la vera particolarità tanto del primo quanto di questo secondo album), qualche puntata indieggiante e un bel profilo arty, resta il medesimo anche in queste nuove dodici tracce per poco più di trequarti d’ora (ed in pratica anche in questo “Existence Is Bliss” ricalca il predecessore).
Dando dunque per assodato che sarebbe servita qualcosa in più (anche un seppur leggerissimo upgrade sarebbe stato sufficiente) per consentire ai DEADLETTER di confermarsi a stretto giro rispetto al loro album d’esordio, non bastano tracce come Focal Point (probabilmente uno dei pochi highlights di questo “Existence Is Bliss”) a raddrizzare le sorti di un disco che, invece, cammina pericolosamente sul ciglio di un burrone di noia e ripetitività, soprattutto ripetitività, in cui passaggi a vuoto come Among Us o What The World Missed girano tutt’intorno a una buona idea che poi, nella sostanza, non viene mai portata a compimento.
E questa volta non aiuta affatto neanche l’utilizzo del sax, quel tocco peculiare che, se da un lato caratterizzava e caratterizza ancora i DEADLETTER e li rende riconoscibili, dall’altro è diventato qui l’unico vero e isolato tentativo della band di coprire la sostanziale mancanza di pezzi davvero memorabili. L’unico brano che galleggia sui livelli di tensione di “Hysterical Strength” arriva solo in chiusura, Meanwhile In A Parallel, che varrebbe da solo l’ascolto dell’intero disco visto il nevrotico utilizzo che viene qui fatto dello strumento a fiato. Davvero troppo poco per far meritare ai DEADLETTER una riconferma incondizionata.
2026 | So Recordings
IN BREVE: 2,5/5