
Quando i deathcrash avevano esordito nel 2022 con “Return”, era parso chiaro un po’ a tutti come ci trovassimo davanti a una formazione con i piedi ben saldi in un mondo, quello dello slowcore più malinconico e uggioso, che non in troppi hanno saputo declinare così bene una volta usciti dagli anni ’90 brillantemente angusti di band come Codeine, Slint e Red House Painters, giusto per tirare in ballo solo i fenomeni assoluti del genere. Lo slowcore mischiato a cenni post rock, una manciata di noise e una spolverata emo dei deathcrash, così, aveva portato i quattro londinesi a un secondo lavoro a stretto giro, “Less” (2023), costruito sulla falsariga del debutto e parimenti convincente. In Somersaults, invece, Tiernan Banks e soci hanno dato più attenzione all’esplorazione del versante emo della loro proposta, il che ha aggiunto un tocco di accessibilità che i deathcrash del recente passato non hanno avuto, un sensibile pizzico di calore e colore nella pur sempre fredda proposta dei londinesi.
La nostalgia in cui affoga l’intero terzo album dei deathcrash è la parte emozionale più in superficie di un disco che si perde nel ricordo, in cui la voce e le parole di Banks sono dolci e affilate al tempo stesso, una lama affilatissima che ti entra dentro e neanche te ne accorgi se non per il copioso sanguinamento che procura. Il suo piglio slacker è fondamentale in questo, perché sembra sempre lì a prendersi e prenderci in giro mentre, invece, si infligge e ci infligge ferite buttandoci pure il sale sopra. La vita che scorre velocissima ma in una quotidiana lentezza ed apatia, gli anni che s’accumulano, la giovinezza che lascia spazio a una prepotente età matura in cui i sogni sbiadiscono e con loro anche il ricordo di tante persone amate. Il bisogno di tornare al passato, di smetterla di muoversi in avanti nell’arco temporale, diventa così una stella polare così visibile ma così irraggiungibile.
L’alt rock cadenzato di NYC è un esempio dell’accessibilità di cui parlavamo poco sopra, mentre Triumph è invece a tutti gli effetti il pezzo perfetto di questa tracklist, racchiudendo in sé l’essenza stessa dei deathcrash e del loro modo di approcciarsi a tutti i generi che convivono nella loro musica; ma è in un pezzo come The Thing You Did, oltre sei minuti e mezzo di un climax slowcore che porta a un finale dirompente, un noise oscuro che piazzato lì al centro della tracklist funge un po’ da fulcro su cui ruota l’intero disco, che i deathcrash danno il meglio; e poi Love For M dove si sente forte l’eco degli American Football e, quindi, quella componente più tendente all’emo che in “Somersaults” fa la differenza in quanto a percezione della band e della loro evoluzione.
Con “Somersaults” i deathcrash hanno fatto un ulteriore passo avanti nella loro ricerca sonora, aggiungendo a tutto ciò che sono stati fin dall’inizio anche qualche passaggio più lineare, che proprio per questo fa risultare il disco al tempo stesso più arioso ma anche più dannatamente stordente per chi l’ascolta, proprio per la sua intellegibilità. L’interpretazione che danno i deathcrash dello slowcore, un genere che potrebbe benissimo essere morto e sepolto e probabilmente nessuno se ne accorgerebbe, è a mani basse la migliore in circolazione fin da quando i quattro inglesi hanno iniziato a farsi notare, e tanto basta per farci stare dalla parte di una band che sa magicamente di analogico, di vivo, di vero.
2026 | untitled (recs)
IN BREVE: 4/5