
Quando la line up classica (la cosiddetta “Mark II”) dei Deep Purple si riunì dopo otto anni di inattività della band, la rivista “Kerrang!” apostrofò il loro tour con tono derisorio “The Antiques Roadshow”(“L’antiquario itinerante”), riferendosi a un programma della BBC il cui contenuto facilmente si immagina dal titolo. Erano considerati antiquariato, roba passata, che andava in giro per capitalizzare sulla nostalgia del pubblico per i tempi andati. Erano quarantuno anni fa.
Metallica e Mötley Crüe, nati da pochi anni, dominavano le scene, i Purple, più o meno quarantenni, inseguivano i suoni del momento con una produzione rock anni ‘80 e alcune composizioni in “Perfect Strangers” (1984) richiamavano abbastanza esplicitamente i tempi d’oro di “In Rock” (1970) e “Machine Head” (1972), con dignitoso successo di critica e largo successo di pubblico, nonostante Gillan, quarantenne, non potesse replicare le irraggiungibili vette di “Child In Time” o “Highway Star”.
Siamo nel 2026. Quarantuno anni dopo. Ian Gillan, baldo ottantenne, canta di pub (in Jessica’s Bra, che grazie al cielo non parla di un reggiseno), terre mistiche e chissà che cazzo d’altro – i testi non sono mai stati il suo punto di forza. Paice (78) e Glover (80) stanno sempre lì, mentre il povero Jon Lord ci ha lasciati nell’ormai lontano 2012, sostituito da Don Airey (78), parimenti eccezionale alle tastiere. Blackmore è andato via nel 1993 e oggi c’è il giovanissimo Simon McBride (47), al secondo album con la band inglese, chitarrista extraordinaireacquisito dalla band di Don Airey.
Questo non è un folle delirio gerontofobico, ve lo promettiamo; né un appello alle vecchie rockstar affinché smettano finché è ancora dignitoso: il rock’n’roll non va molto d’accordo con la dignità, come potrà ricordarvi il video di “Hey Negrita” dei Rolling Stones, con Jagger che grida “I need money for my sweet ass” vestito con un completo verde con dei volani laterali che lo fa vagamente somigliare a un pappagallo brasiliano in calore. Cazzo, niente di più straordinario di quello per definire il rock’n’roll.
Il fatto di essere ancora in ottima forma da un punto di vista dell’esecuzione, tuttavia, non vuol dire avere ancora qualcosa di interessante da dire, con buona pace di coloro i quali giudicano la musica dai meriti acquisiti. Come sottolinea Gillan, il suono di SPLAT! è tranquillamente assimilabile a quello di “Lazy” o “Highway Star”, ma l’aspetto compositivo è invece assimilabile alle ultime uscite del gruppo dell’Hertfordshire, ovvero prog hard rock ad altissimo volume, nel quale l’organo di Airey è largamente predominante, che supporta le stravaganti cazzate del front man (“I’m a sophisticated man / With the emphasis on fist”, racconta in Scriblin’ Gib’rish) con occasionali eccellenti solo di chitarra e performance, da un punto di vista della struttura dei brani, non banali, ma mai al servizio della riuscita dei brani.
Il primo singolo estratto (e prima traccia dell’album) Arrogant Boysembrava tracciare un percorso interessante, ma il secondo singolo (e seconda traccia dell’album, deducete da ciò quel che ritenete più opportuno) Diablo,con ospite Keith Urban, rimette l’album sui binari del precedente “=1” (2024), quelli di un rock stantio che si presta perfettamente all’esaltazione di chi, come Abraham Simpson che grida contro una nuvola, si lamenta dei giovinastri con l’autotune e della trap che porta i nostri cari amati ragazzi verso una strada terribile. “SPLAT!” fallisce proprio in ciò in cui riuscivano i Purple in passato: è terribilmente noioso e dimenticabile.
2026 | earMUSIC
IN BREVE: 1,5/5