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Dilly Dally – Sore

soreCon i Dilly Dally da Toronto, capitanati dall’avvenenza maudit di Liz Ball e Katie Monks, torna il ruggito riot girrrl attaccato fortemente agli anni ‘90 e alle vesti stracciate di Courtney Love e a lontane L7 ammansite, un sound stracarico di melodie e ribellione che – fuori ogni tempo massimo dalla storia – riesce comunque a inserirsi nella contemporaneità che si sta percorrendo.

Sore è il loro esordio, undici pezzi urlati ed elettrificati il giusto, la forza dell’espressione rauca, aggressiva, unita a riff dall’attitudine liberatoria fanno un ascolto pieno e “nirvanico” che satura in men che si dica, un frenetico giro di accordi tesi che dolorano da ogni lato li si prenda e dove anche una ferma “generazionalità perduta” trova la giusta collocazione, il proprio accanimento femminile frustrato.

Il quartetto canadese, che vede oltre alle due eroine alle chitarre Jimmy Toni al basso e Benjamin Reinhartz alla batteria, porta una stabilità sonico-motoria ben salda, un afflato post-Pixies ben assestato e che nelle centrifughe di Ballin Chain, The Touch e Green mostra le giugulari gonfie, mentre in Next Gold e Ice Cream un minimo sindacale di grazia grezza, ma pur sempre grazia.

(2015, Partisan)

01 Desire
02 Ballin Chain
03 Snake Head
04 The Touch
05 Next Gold
06 Purple Rage
07 Get To You
08 Witch Man
09 Green
10 Ice Cream
11 Burned By The Cold

IN BREVE: 3,5/5

Giornalista e critico musicale da tempo, vivo nella musica per la musica, scrivo di suoni, sogni e segni per impaginare gli sforzi di chi dai sistemi sonori e dalle alchimie delle parole ne vuole tirare fuori il ritmo vitale dell’anima.

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