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Giulio Casale – Dalla parte del torto

Giulio Casale non è più un ragazzino. I tempi degli Estra e del “vorrei vedere voi, traditi dagli eroi” sono passati. Ora è un uomo di quarant’anni, devoto alla parola, alla performance; lucido, razionalmente e volutamente fuori da qualsiasi meccanismo di show business o mainstream. Innamorato pazzo della letteratura beat e figlioccio di Nanda Pivano, Casale ha messo da parte il rock per ben sette anni (l’ultimo album, “In fondo al blu”, è appunto del 2005) per esplorare il teatro, la letteratura, i reading. Tornare nel 2012 con un nuovo disco rock, dunque, cosa rappresenta per lui? Vediamo. Partiamo dal titolo: Dalla parte del torto, un titolo che rimanda a Claudio Lolli, pone Giulio ironicamente nel “posto che è rimasto vuoto” come canta in La mistificazione. Eccolo il motivo che ha spinto Casale a tornare al rock: il prurito. Il prurito per una Nazione allo sbando, pizzicata dal germe dell’ignoranza (Virus A), decadente (Fine), schiava del mercato (La merce) e totalmente anestetizzata dal quotidiano (Personaggio comune). Eccolo il motivo per il ritorno alla musica: solo il rock contiene in sé una dose massiccia di urgenza, immediatezza e spigolatura. Solo il rock ti permette di andare di gomito, tirare il sasso e mostrare la mano, smuovere le acque. E il rock di “Dalla parte del torto” è asprigno quanto basta per creare mal di pancia all’ascoltatore. Casale ci mette testi agrodolci (“Aveva giorni ripetuti clonati / Un quotidiano sempre online per sapere / E pizza e calcio al giovedì con gli amici / E mostre d’arte che non puoi non vedere / Ma lui era soprattutto per bene”) e, insieme al talento di Giovanni Ferrario, musiche ora “antipatiche”, ora più meditate. Chitarre in bella vista, sovraimpressioni di voci, prurigini elettroniche ma anche dolcezze sinfoniche. E poi naturalmente la sua “solita” voce caldissima, quella voce che mancava dannatamente da questo lato della frontiera e a chi vi scrive. Dalla parte del torto è un disco sociale. Non è intrattenimento. E’ un album scorbutico, calloso, non scivola ispirato come l’acustica di “In fondo al blu”, ma volutamente rimane incastrato tra i denti. E ci si ritrova a ripensare a parole come:Cantami ma non d’amore ché non basta agli occhi in tutto questo orroreo come Che razza di universo è questo in cui non riesci mai?” e “Il mercato è morto, viva il mercato”. Un disco che tenta di rimettere le cose a posto, di associare il legittimo proprietario ad ogni scranno. Non sempre ci riesce, qualche volta si perde di malinconie e sconfitte. Ma tra eroi ormai morti e sepolti, ladri e ballerine, grazie Giulio di averci provato.

(2012, Novunque)

01 La tua canzone
02 La mistificazione
03 Apritemi
04 Un’ossessione
05 Virus A
06 Fine
07 Magic shop (cover di Franco Battiato)
08 La merce
09 Personaggio comune
10 Senza direzione
11 La febbre
12 La tua canzone #9

A cura di Riccardo Marra

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