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Goat – Requiem

goatrequiemÈ indubbio come l’essenza dei Goat risieda principalmente nelle loro performance dal vivo viscerali, catartiche, inebrianti come poche, pochissime altre in circolazione. A queste, però, il collettivo svedese ha da sempre unito elementi fondamentali a dipingere il loro quadro: un intrigante gioco di annullamento delle proprie identità (tuttora sconosciute) e una proposta sonora più unica che rara a cavallo tra folk, world music, psichedelia e vero e proprio rock.

Con l’esordio “World Music” (2012) avevano posto le basi dei loro rituali sciamanici, mentre col successivo “Commune” (2014) hanno aggiunto al calderone della strega un altro bel po’ d’ingredienti presi in giro per il mondo (ritmi africani, spunti hard rock della tradizione anglosassone, persino inserti orientaleggianti). Era lecito dunque attendersi da questo Requiem un ulteriore passo verso il meticciamento del loro sound. Invece i Goat, che di fare ciò che ci si aspetta facciano non hanno la minima intenzione, tranciano di netto i legami intrecciati fin qui per compiere un netto passo indietro verso le radici della loro ispirazione, verso le trame acustiche e gli aspetti più pregnanti del termine “folk”.

Nonostante “Requiem” vanti la maggior durata fra i dischi dei Goat (oltre un’ora) e nonostante l’approccio della band sia qui ancor più dedito all’improvvisazione che in passato (vedere la lunghissima Goatband e poi quel fiume conclusivo in cui confluiscono Goatfuzz, Goodbye e Ubuntu), ciò che colpisce è l’incasellamento che ciascun elemento trova da sé, senza bisogno che l’ascoltatore si sforzi neanche un po’ a provarci.

Fiati dalla dubbia estrazione geografica (Union Of Sun And Moon), ritmiche da confini del mondo conosciuto (la strumentale Temple Rhythms), polvere fine del deserto impastata a sudore (Psychedelic Love), colori indiani (Try My Robe) ed esotismi da impavidi esploratori (Trouble In The Streets), forgiano un album incredibilmente attribuibile ai propri artefici nonostante non somigli in modo preciso a niente di quanto fatto prima dagli stessi. Segno inconfutabile di come i Goat abbiano nuovamente fatto centro, attirando ogni attenzione su quanto di meglio sanno fare: mischiare presente e passato, Oriente e Occidente, culture lontane anni luce fra loro e strumenti difficilmente accostati prima, il tutto senza perdere un grammo d’identità.

(2016, Rocket / Sub Pop)

01 Djorolen / Union Of Sun And Moon
02 I Sing In Silence
03 Temple Rhythms
04 Alarms
05 Trouble In The Streets
06 Psychedelic Lover
07 Goatband
08 Try My Robe
09 It’s Not me
10 All-seeing Eye
11 Goatfuzz
12 Goodbye
13 Ubuntu

IN BREVE: 4/5

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