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Idles – Brutalism

Cosa aspettarsi da un album che s’intitola Brutalism? Niente di carezzevole, naturalmente. Niente, comunque, che sia lontano dal file under: grande esordio. Perché, come capita nella migliore (e normale, e sana, e giusta) tradizione, dopo una serie di EP andati discretamente bene, per gli inglesi Idles è giunto il momento di confrontarsi col lungo corso – per quanto lungo, poi, possa essere il corso di una band post-punk/post-hc. E il confronto in oggetto, come si è potuto già evincere dalla premessa, è andato alla grande, anzi; alla grandissima.

Il quintetto di Bristol dà subito un discreto schiaffetto come avvio dell’opera: Heel / Heal, che non apprezza il gioco della falsa pista fornendo un leitmotif sonoro e ritmico del disco. Durissimo, grezzo; tagliente più come una motosega che come un elegantissimo tagliacarte. Che i Nostri siano inglesi lo si evince con una certa semplicità da due cose: la prosodia della lingua, indistinguibile, che nel suo calco netto ricorda la parlata del sempre delicatissimo Johnny Rotten.

E le tematiche, argomentate con rabbia, che non nascondono la provenienza geografica ma la sfruttano saggiamente come altoparlante di una condizione comune. Il ritornello del singolo Mother, in questo senso, è illuminante e geniale: “The best way to scare a Tory is to read and get rich”, con esplicito richiamo al Partito Conservatore britannico. La disoccupazione è protagonista della bellissima Faith In The City, nella quale la voce perfetta (per il genere) di Joe Talbot ottiene uno dei passaggi salienti del lotto. E avanti così per 41 minuti complessivi di durata.

Se Rachel Khoo, a dispetto delle primissime battute, è forse il brano più melodico in scaletta, Stendhal Syndrome ne è una prosecuzione più barbara e malata. Exeter è uno splendido, costernato, realissimo spaccato di provincia, che apre un trittico di pezzi potentissimi sino all’esalazione conclusiva di White Privilege, che incredibilmente cede il palcoscenico a un’inattesa, magnifica e atipica canzone d’amore come Slow Savage. Dopo tutta la collera, il rancore scorsi attraverso le corde, le pelli, le vene di “Brutalism”, ecco uno scorcio – a suo modo – di dolcezza e introversione, che esplode al solito nell’azzeccato e sgolato chorus di Talbot: “I’m the worst love you’ll ever have”.

Scritta e suonata con lucidità invidiabile, la protagonista brutalità non è tanto, alla fine, quella del significante – ma quella del significato. Tredici canzoni per riaffermare l’ironico/iconico God Save The Queen. In un’epoca in cui la regina, però, risiede in ogni paese del mondo occidentalizzato.

(2017, Balley)

01 Heel / Heal
02 Well Done
03 Mother
04 Date Night
05 Faith In The City
06 1049 Gotho
07 Divide & Conquer
08 Rachel Khoo
09 Stendhal Syndrome
10 Exeter
11 Benzocaine
12 White Privilege
13 Slow Savage

IN BREVE: 3,5/5

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