
Se qualcuno vi ha mai detto che nella carriera di Jack White c’è un punto più basso, un passo falso o qualcosa del genere, alzate (metaforicamente) la cornetta e mandateli a fare in culo. Che sia il finto naïf dei White Stripes, tanto strepitoso quanto calcolato, i vari side projects o infine la sua invidiabile carriera solista, White non ha mai messo un piede fuori posto. Anche qualche episodio più idiosincratico come “Boarding House Reach” (2018) o la doppia uscita del 2022 con “Fear Of The Dawn” e “Entering Heaven Alive” sono comunque collezioni ottime di musica.
Delle uscite recenti, quella che sicuramente ha ottenuto un consenso unanime è stato l’inaspettato “No Name”, uscito a tradimento nel 2024, senza preavviso né singoli apripista, messo dentro le buste di acquirenti di dischi Third Man (l’etichetta di White) senza farsi notare e proposto al pubblico senza dire una virgola. Un eccellente disco di rock’n’roll come pochissima gente è in grado di fare al giorno d’oggi, inclusi gli atavici rivali Black Keys, che si muovono o sul blues o sul pop netto.
Con Frozen Charlotte – nome derivato da un’inquietante ballata di epoca vittoriana su una ragazza morta congelata mentre andava a un ballo e alla quale, chissà perché, gli americani hanno deciso di associare una bambolina di porcellana, che si può vedere in copertina con un teschio blu al posto della testa – White fa quello che ha raramente fatto in questi anni, ovvero confermare la squadra vincente del precedente album per il suo seguito. Patrick Keeler (batteria), Dominic Davis (basso) e Bobby Emmett (tastiere) ritornano, ma non è solo questo il punto: il punto è che “Frozen Charlotte” è effettivamente un seguito spirituale del suo antecedente cronologico.
White sembra un Page intossicato di garage e punk rock, e citiamo Page non a caso vista la prepotente attenzione del ragazzo (pur se ormai ha superato il mezzo secolo) di Detroit per l’accurata produzione e per la scelta dei suoni: in questo forse oltre che Page sarebbe d’uopo citare la hendrixiana passione per spingere le possibilità dello strumento e soprattutto dei suoni da esso prodotti, oltre ogni ragionevole limite, ché il rock’n’roll della ragionevolezza non se n’è mai fatto un cazzo. E quindi Jack squiscia, sibila, sbrinda, spascia, smozzica, scrozza, scazza… non che sia una novità, sia chiaro. Ma in “Frozen Charlotte” sembra spingersi qualche passo avanti, forse forte di una band consolidata da numerose date live: evoca Cream, Hendrix, Zeppelin, Nuggets (la famosa compilation di pezzi garage rock e psych pubblicata dalla Elektra Records nei primi anni Settanta) e persino i White Stripes. Una sequela di riff schiacciasassi, uno dopo l’altro, che non lasciano fiato o scampo.
Non abbiamo finora citato titoli, né siamo inclini a farlo, perché non avrebbe molto senso: “No fucking hit singles”, dicevano in un contesto molto differente i Tool di “Ænima”, ed è così. I tre singoli estratti non sono più orecchiabili del resto dell’album, sono stati scelti come veicolo promozionale e tant’è. Citiamo per scrupolo solo la conclusiva Neighbors Blues, sia perché la migliore del lotto, sia per un’evidente citazione di “Voodoo Child (Slight Return)”. Per citare l’altra metà della famosa citazione, “No fucking compromises”: Jack White va avanti senza curarsi troppo di quello che succede intorno, di quel che dicono di lui, di quel che dicono dei suoi dischi. E, soprattutto, continua imperterrito a produrre eccellente musica rock, senza soluzione di continuità. Qualcuno dovrà pur farlo, in fondo.
2026 | Third Man
IN BREVE: 4/5