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Jessica Pratt – Quiet Signs

Parto da una riflessione: questo disco, denominato Quiet Signs, dopo qualche ascolto mi ha fatto pensare all’immaginario malinconico e alle atmosfere di “Che cosa sono le nuvole?”, l’episodio diretto da Pier Paolo Pasolini e parte del film “Capriccio all’italiana” del 1968, costruito proprio sulla famosa canzone scritta dallo stesso Pasolini e pubblicata da Modugno su 45 giri con una reincisione di “Notte chiara”. Un accostamento che si potrebbe ritenere improprio.

Eppure, a parte l’immaginario drammatico del contesto è lo stesso, quello del sogno, che si interseca alla vita come se essa stessa fosse un palcoscenico, ci colgo lo stesso tipo di approccio visuale. Sostenere che sia un album adatto a un ascolto domestico, casalingo, mentre ce ne stiamo rintanati nelle nostre “tiepide case”, qui è sbagliato. Le nostre case non sono tiepide e molto spesso sono vuote o vanno comunque riempite con una sorta di euforia per possa portare quel tepore. Qui tutto questo, a dispetto delle apparenze, manca. La solitudine dell’uomo che scava nel fango è la stessa che dall’altra parte ha quello che sta sicuro nella sua tiepida casa e che, quando torna alla sera, non vi trova visi amici, perché un’esistenza fatta senza vedere che cosa c’è fuori non è una vita degna d’essere vissuta.

Il carattere tragico, ancora più che drammatico, della vita, viene raccontato in questo disco senza tirare in ballo temi così grandi, ovviamente non ha questa pretesa, ma tra suite di piano, atmosfere jazz minimali e l’accompagnamento di un suono della chitarra che rimanda a forme di cantautorato “alte” esattamente degli anni Sessanta, nel ripetuto ascolto di questo pugno di canzoni, Jessica Pratt riesce a convincerti che senza alzare la voce, ma con quella che si può definire una rispettosa discrezione, possiamo stare tutti assieme, uno accanto all’altro, e riscoprire il senso di questa musica leggera che però ha uno stile “classico”.

Il disco è arrangiato in una maniera mai esagerata, al contrario, ma comunque attenta e con intuizioni sul piano compositivo che sono sempre giuste, magari ci dovrete solo provare e qualcuno mollerà, qualcun altro invece ci troverà niente oppure qualche cosa di diverso, eppure quest’artista di San Francisco finirà forse per convincerci davvero che l’invito di “Quiet Signs” è esattamente il contrario di quello che vorrebbe suggerire a un primo ascolto: quello di uscire da sé.

Sofisticata, elegante, dotata di una voce prossima a una discrezione di tipo sublime, Jessica Pratt scrive canzoni che sfuggono tra le dita come se queste fossero intangibili. Proprio come le nuvole. Non siamo davanti a un capolavoro, ma ci sono dei contenuti in questo disco che, a dispetto di quella fragilità che si può immaginare, ci metteno davanti a qualcosa di nudo, troppo evidente per non essere visto.

(2019, City Slang) 

01 Opening Night
02 As The World Turns
03 Fare Thee Well
04 Here My Love
05 Poly Blue
06 This Time Around
07 Crossing
08 Silent Song
09 Aeroplane

IN BREVE: 3/5

Sono nato nel 1984. Internazionalista, socialista, democratico, sostenitore dei diritti civili. Ho una particolare devozione per Anton Newcombe e i Brian Jonestown Massacre. Scrivo, ho un mio progetto musicale e prima o poi finirò qualche cosa da lasciare ai posteri. Amo la fantascienza e la storia dell'evoluzione del genere umano. Tifo Inter.

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