
Caso più unico che raro, quello di John Carpenter. Perché di uomini visionari come lui, che riescono a trasporre in una produzione artistica di qualsivoglia natura le immagini e soprattutto gli incubi che gli passano per la testa, non ce ne sono − e non ce ne sono stati − poi tanti. Anche questo Cathedral è un progetto nato così, dal sogno di una cattedrale abbandonata e dei suoi sotterranei pieni di segreti (tra cui un omicidio e varia roba sovrannaturale) nel centro di Los Angeles. Giusto per dare il senso di come e cosa macina la mente di John Carpenter anche quando dovrebbe semplicemente riposare, verbo a quanto pare non contemplato alle sue latitudini.
Ma “Cathedral” non è stato creato per essere soltanto una produzione sonora, è il gemello di una graphic novel (disegnata dalla moglie Sandy King) ed è nato proprio come accompagnamento alla lettura. Ed entrambe le uscite, il disco e la graphic novel, nelle intenzioni dell’autore dovrebbero anche funzionare ognuna per sé: non sappiamo come vada con la seconda non avendola ancora fra le mani, ma sappiamo che il disco, così com’è, risulta macchiato da una certa ripetitività che non consente di focalizzarsi su quanto di buono comunque c’è. Ha ovviamente indicazioni tendenti al metal questo lavoro, e ancora più ovviamente le vene horror che lo percorrono da cima a fondo sono marcatissime, a condire un immaginario gotico come mai prima nelle opere di Carpenter, coadiuvato qui ancora una volta dal figlio Cody Carpenter (che si occupa di quei synth che sono sempre il pezzo forte della combriccola) e da Daniel Davies (che tesse trame di sei corde spesso ai limiti del prog, a dire il vero un unicum nella carriera musicale di John Carpenter, quantomeno con questa insistenza).
Come successo anche nelle soundtrack di alcune delle sue migliori opere cinematografiche (vedi “Halloween”), l’inquietudine è il tratto distintivo, composizioni interamente strumentali in cui la voce non esiste ma è come se ci fosse, perché la musica parla eccome (vedi il climax che monta attraverso gli archi di Elevator Two), e l’obiettivo insito in qualsiasi produzione marcata Carpenter, ovvero instillare nel pubblico terrore e angoscia, riesce indubbiamente, più quando il disco vira sul doom (vedi Identity) che quando le più classiche sferzate chitarristiche heavy metal s’impossessano della scena (già a partire dall’iniziale Primeval, che ci dice tutto e subito sul disco).
Ed è probabilmente quest’ultima una delle mancanze principali dell’intero lavoro, ovvero l’aver voltato in parte le spalle all’elettronica minimale della casa (che tante fortune ha portato in passato a John Carpenter) per lanciarsi sui sentieri meno battuti di un metal d’annata. Una missione che possiamo definire riuscita solo a metà, perché l’album lascia sì spazio all’immaginazione, anche a chi come noi non ha neanche sfogliato la graphic novel (ed è questo un punto a suo favore), ma è innegabile come considerarlo un’entità a sé stante gli tolga tantissimo in termini di percezione della storia cui è legato.
2026 | Sacred Bones
IN BREVE: 3/5