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John Grant – Pale Green Ghosts

Aria di cambiamenti dalle parti di John Grant. Trasferitosi dalla natia America nelle fredde e fascinose terre d’Islanda, il baricentro della sua arte sonora s’è spostato verso l’electro-pop per questo nuovo Pale Green Ghosts. Avrà sicuramente inciso l’aver fatto comunella con Biggi Veira dei Gus Gus, a cui sono stati affidati gran parte degli arrangiamenti. Il mutamento mi spiazza perché risuonano ancora le tormentate melodie acustiche di “Queen Of Denmark”, acclamatissimo esordio solista dell’ex leader degli Czars. E mi spiazza ancor di più constatando che Grant non centra in pieno l’obiettivo.

Troppo altalenante e incostante la qualità di questi nuovi brani, neanche poi tanto strepitose le architetture sonore generate da Veira (c’è innegabilmente di meglio in giro tra gli smanettoni dei synth), ogni tanto la tracklist sembra perdersi in un bicchier d’acqua. GMF rientra nella fenomenologia, reiterata fino allo sfinimento e piattissima, curare un po’ le dinamiche tra versi e ritornelli non si poteva?

I brani più contaminati sono quelli che mi convincono di meno, poveri di soluzioni pregiate e troppo legate alla disco anni ’70-’80 senza che questa venga rielaborata con convinzione. La title-track parte minacciosa e intrigante, ma si trascina per sei minuti pieni senza colpi di scena. Da dimenticare la dispensabile comparsata di Sinead O’Connor (a cui Grant ricambia il favore di aver coverizzato la sua “Queen Of Denmark” nel recente “How About I Be Me (And You Be You)?”) in Why Don’t You Love Me Anymore; pessimi gli echi alla Giorgio Moroder di Sensitive New Age Guy.

I momenti migliori (in cui rientra la seducente Black Belt) li intercetto nei punti di congiunzione col recente passato, quando le efflorescenze di “Queen Of Denmark” fanno capolino: Vietnam cola come lacrime a testa bassa; I Hate This Town è accattivante con la sua lieve brezza malinconica celata sotto un incalzare sbarazzino; Glacier avvolge nella nebbia il finale, un tocco cinematografico quasi inatteso ma gradito.

Se nutro qualche riserva da un punto stilistico, di certo non posso esimermi dall’evidenziare come Grant non si risparmi mai quando impugna la penna e trascrive su carta le sue emozioni. Nei testi non usa filtri ed espone le piaghe di delusioni d’amore e dei disastri che la vita quotidiana tende, mettendo nero su bianco persino le ansie scaturite dalla scoperta della sua sieropositività (Ernest Borgnine).

Ciò che manca è quel tocco epico e affascinante che mi aveva fatto innamorare della sua prima opera solista, latitanza che qui si traduce in una noia di fondo strisciante. La via nasconde potenzialità interessanti, ma a mio avviso Veira non è un genio e dopo i Gus Gus anche qui ha dimostrato i suoi limiti. Detto in parole crude, si poteva fare di meglio.

(2013, Bella Union)

01 Pale Green Ghosts
02 Black Belt
03 GMF
04 Vietnam
05 It Doesn’t Matter To Him
06 Why Don’t You Love Me Anymore
07 You Don’t Have To
08 Sensitive New Age Guy
09 Ernest Borgnine
10 I Hate This Town
11 Glacier

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