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Just Mustard – Heart Under

Originari di Dundalk, città caratteristica a metà strada esatta tra Dublino e Belfast, a ridosso del confine nordirlandese, i Just Mustard con il loro totalmente autoprodotto “Wednesday” (2018) avevano destato l’attenzione di molti e fatto girare la testa a Robert Smith, tanto da permettergli di aprire alcuni dei concerti dei Cure nel 2019, insieme a The Twilight Sad e Ride, e firmare nel 2020 un contratto con la Partisan Records. Il ritorno con Heart Under arriva dopo quattro anni di grande impegno e ricerca corale da parte del quintetto, e alcune recenti date in qualità di supporter degli ormai celebri compagni di etichetta Fontaines D.C..

L’incedere di batteria di Shane Maguire e la voce ipnotica di Katie Ball dominano 23, spodestati solo in ultimo dall’arsenale sonico sfoderato da David Noonan e Mete Kalyon, e i paragoni con i connazionali My Bloody Valentine da una parte, per via di alcuni tratti stilistici e dei testi brevi, enigmatici, ma evocativi, e i Portishead dall’altra, si potrebbero sprecare, esattamente come era già stato fatto anche all’uscita del debut, tuttavia è bene sottolineare che non sia il caso di abusarne. Le radici del gruppo sono evidenti, ma rielaborate abilmente traccia per traccia, e il risultato finale è decisamente gradevole e ben discosto dall’operato dei capostipiti di shoegaze e Bristol sound.

Entrano subito nel vivo le sonorità ruvide e i revers effects di Still, che culminano in un trip vertiginoso, a cui fanno seguito il crescendo di I Am You, la quale affronta una questione identitaria che sembra ripresentarsi più volte all’interno del disco, e il tempo scandito dalle percussioni della più distorta Seed, dove il cantato di Katie pesca dai registri tipici della celtic music; tale riferimento appare ancor più evidente nei sussurri lontani di Blue Chalk, dove a fondersi sono post-industrial e folk.

Ritrovano un passo sostenuto le danze rituali e concentriche (con annessa offerta) di Early, proseguendo con un ulteriore pezzo forte e dai validi passaggi strumentali, Sore, nel cui testo è contenuto il titolo dell’opera: il brano illustra una sorta di autunno interiore, probabilmente obbligato a causa di una delusione, che porta con sé il bisogno di ritirarsi in silenzio in vista di un cambiamento. “Look in the mirror staring someone else in the eye / Stand for a minute watching someone else staring back”, con il delicato intreccio di voci di Ball e Noonan ritorna il tema della ricerca d’identità in Mirrors, caratterizzata da una chiusura lovelessiana, passando per i cori catartici di In Shade fino a scivolare via nella corrente della notturna Rivers.

Il sophomore dei Just Mustard mette molta più carne al fuoco di quanto si riesca a percepire ad un primo e distratto ascolto, facendo emergere un mondo di suoni armoniosi, seducenti e al tempo stesso oscuri, meno taglienti e orecchiabili rispetto al debutto, ma di maggior spessore, ponendo in evidenza la crescita del quintetto e molte capacità che erano rimaste celate in precedenza. Considerate queste premesse e la dichiarata voglia di continuare a sperimentare da parte di Ball, Noonan e soci, tenere d’occhio il progetto per verificarne la futura evoluzione diviene un obbligo.

(2022, Partisan)

01 23
02 Still
03 I Am You
04 Seed
05 Blue Chalk
06 Early
07 Sore
08 Mirrors
09 In Shade
10 Rivers

IN BREVE: 4/5

Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, fotografia e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.

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