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Kate Tempest – The Book Of Traps And Lessons

Leggere un disco è: un’impresa folle, un pensiero illogico o una sinestesia? Nella prima pagina di “Let Them Eat Chaos”, la versione “impaginata” dell’omonimo album di Kate Tempest del 2016, sotto la traduzione in italiano del titolo (“Che mangino caos”) appare un monito: “Questo poema è stato scritto per essere letto ad alta voce”. Ma va da sé che trattandosi di un libro il processo poteva definirsi naturale.

Nel caso di The Book Of Traps And Lessons, invece, il ricorso alla sinestesia come esperienza sonora è l’unico modo (se non il solo, probabilmente il più indicato) per riuscire a penetrare nei meandri di un album fatto per tre quarti di figure retoriche. Perché? Perché “The Book Of Traps And Lessons” è un’opera poetica della durata di quarantacinque minuti e non va ascoltata, ma incarnata, recitata a voce alta, anzi altissima, proprio come il monito di cui sopra. Se non vivessimo all’epoca del search&find e l’unico senso attivabile fosse l’udito, potremmo disegnare Kate Tempest come una specie di sacerdotessa, vestita di pelle nera, americana (ma solo per chi non aguzza l’orecchio e scorge quel meraviglioso accento londinese). E invece no. L’artista inglese ha due enormi occhi da bambina, è bianca, con lunghi capelli rassicuranti.

Andando oltre un’analisi così superficiale, cosa distingue l’arte di Kate Tempest e in particolare “The Book Of Traps And Lessons” da tutto quello che siamo abituati ad ascoltare? L’oggetto dell’ascolto stesso: melodia quasi del tutto assente e parole mai cantate e neanche rappate (qui, pare che l’intuizione di Rick Rubin sia stata determinante). Sei trappole (Thirsty, Keep Moving Don’t Move, Brown Eyed Man, Three Sided Coin, I Trap You, All Humans Too Late) e cinque lezioni (Hold Your Own, Lessons, Firesmoke, Holy Elixir, People’s Faces), in cui l’analisi del testo è un elemento imprescindibile non solo per tentare di comprendere il pensiero dell’artista di Westminster, ma anche per godere appieno della strana sensazione che si prova ascoltando un disco privo di melodia e traboccante di parole scandite, sillabate, sussurrate.

Ascoltare e leggere con attenzione quest’album, racconto in undici tempi di una vita qualunque mentre attraversa un amore marcito, le droghe, l’asservimento al potere, il risveglio, la presa di coscienza, una nuova luce, significa non poter fare a meno di seguire Kate Tempest nelle decine di cambi di tono, figure e domande retoriche la cui traduzione in una lingua diversa dall’inglese rovinerebbe tutto. Perderebbero ogni senso le paronomasie di Keep Moving Don’t Move (“Frankincense / Frankestein / Francophile / Philistine”) o di Three Sided Coin (“Retell the old tales / Retail’s complete hell / We need some detail”); così come le figure etimologiche di Firesmoke (“My visonary is a vision”) e di Holy Elixir (“Animating animals and tree Gods”). Le domande retoriche che la Tempest gira implacabile all’ascoltatore sono per forza di cose riadattate alla situazione post referendum britannico: per questo, nonostante People’s Faces facesse già parte delle scalette dell’artista, contiene un riferimento alla “bizzarra farsa” e si domanda subito dopo: “Was That A pivotal historical moment we just went stumbling past?”.

L’utilizzo dei pronomi collettivi in prima persona, come in Holy Elixir (“We laid traps, we gave our names back to the saints, we sang out thanks and complaints, we burned fat, arranged bones into flames”) hanno funzione accusatoria e ammonitoria. Allo stesso modo, l’ultizzo di “they” in Brown Eyed Man (“They took my friend, they cuffed his wrists, they beat him in their van”) custodisce una doppia valenza: da un lato l’accusa rivolta a un contesto, non verso un gruppo definito di persone; dall’altro l’abitudine sloganistica a puntare il dito contro un gruppo generico ma non troppo, con cui solitamente si identifica ogni frustrazione e fallimento.

Nessuna melodia, provare per credere, al netto del piano che introduce Thirsty, flauti e violini appena accennati in Keep Moving Don’t Move e Three Sided Coin, un timido valzer in I Trap You e un corno francese in People’s Faces. Il booklet di “The Book Of Traps And Lessons” conta diciotto pagine, non è difficile capire il perché. Kate Tempest è l’antitutto, una personalità talmente vigorosa da sfuggire a tutti i cliché, se mai qualcuno provasse a ingabbiarla all’interno di un qualunque stereotipo. E può essere un’ancora di salvezza, sonora, sociologica o politica. Basta avere il coraggio di ascoltare le sue domande e poi di provare a rispondere.

(2019, American Recordings / Republic)

01 Thirsty
02 Keep Moving Don’t Move
03 Brown Eyed Man
04 Three Sided Coin
05 I Trap You,
06 All Humans Too Late
07 Hold Your Own
08 Lessons
09 Firesmoke
10 Holy Elixir
11 People’s Faces

IN BREVE: 4/5

Catanese, studi apparentemente molto poco creativi (la Giurisprudenza in realtà dà molto spazio alla fantasia e all'invenzione). Musicopatica per passione, purtroppo non ha ereditato l'eleganza sonora del fratello musicista; in compenso pianifica scelte di vita indossando gli auricolari.

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