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Kim Gordon – Play Me

Fa un certo effetto ascoltare Kim Gordon da solista e pensare come questa donna, a quasi 73 anni, abbia ancora visioni ben più moderne e attuali di quasi chiunque altro. Fa effetto perché a quell’età, con il suo fondamentale e inimitabile passato alle spalle, ha ancora la voglia e il coraggio di mettersi alla prova, di non stare ferma lì a crogiolarsi nella sua comfort zone, provando (e riuscendo) a mettere la sua enorme esperienza e il suo spirito di osservazione al servizio della musica. Fa effetto perché il modo in cui mischia spunti e riferimenti, rimanendo sempre ben ancorata alla realtà, tanto musicalmente quanto concettualmente, è una cosa che quasi chiunque altro purtroppo si sogna. Non vogliamo generalizzare, ovviamente in giro c’è qualcun altro ampiamente capace di tutto ciò, ma in media è un risultato che tantissimi altri possono solo sognare di raggiungere.

Play Me arriva a due anni di distanza da “The Collective” del 2024 e s’incanala nel solco della ricerca sonora del suo predecessore (oltre che di “No Home Record” del 2019, per guardare ancora un po’ più indietro nella produzione di Gordon), quindi suoni industriali, elettronica guastafeste, un cantato che a volte è spoken e altre è lamento, persino cenni sempre più insistenti di un qualche sottogenere di hip hop/trap che stiamo ancora cercando di capire come vada catalogato. Come ad esempio in Black Out, il vocoder che sfilaccia la voce di Kim, uno schizzo minimale che apre la strada alla seguente Dirty Tech, che prosegue poi sulla stessa falsariga.

Il trip hop jazzato della title track che apre il disco, i riff sfibrati di Not Today, la pienezza strabordante dei suoni di Subcon, l’asettico post industrial di Post Empire, sono tutte facce di un dado che Gordon lancia sul tavolo ad ogni pezzo, lasciandoci lì con la tensione di non sapere cosa ci capiterà di volta in volta. Dicevamo poco più su del suo sguardo sulla realtà, sul mondo che ci circonda, uno sguardo ancora attento, critico e ficcante: Kim parla qui di intelligenza artificiale, di algoritmi che ci stanno fagocitando, di cambiamento climatico, di diversità, di democrazia in pericolo, ma più in generale dipinge una lunga e tramortente distopia di cui “Play Me” non finisce per esserne altro che la disturbante colonna sonora.

E così mentre noi pensiamo ancora ai Sonic Youth (anche giustamente, ci mancherebbe), mentre loro lanciano segnali che, boh, magari vogliono dire qualcosa ma più probabilmente non significano nulla, Kim Gordon ci è già passata davanti aumentando il gap fra noi e lei, proseguendo indefessa per una strada che lei stessa ha contribuito a tracciare e che a quanto pare non ha nessuna voglia di percorrere in senso inverso neanche per un metro. Perché, in fin dei conti, guardare avanti è l’unico modo che abbiamo per proiettarci mentalmente in un futuro che sembra tutto fuorché roseo. E Kim questo lo sa benissimo, visto che con gli appena trenta minuti di “Play Me” ci sbatte tutto questo in faccia.

2026 | Matador

IN BREVE: 4/5

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