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Mark Lanegan Band – Blues Funeral

Cantanti di questa tempra, nelle fucine del rock non se ne forgiano più. Lanegan la star che è un’anti-star, colui che lascia alla musica la narrazione di sé e non al disdicevole companatico che abbonda tra i banchetti mediatici. Un musicista d’altri tempi, sopravvissuto al declino del grunge di cui è stato solo un comprimario, che per salvarsi ha vagato nelle desolate terre del country-folk a stelle e strisce prima di entrare in un tunnel di collaborazioni e progetti che ne hanno rivisitato l’identità, senza per questo sfigurarla alla radice. Per capire cos’è Blues Funeral bisogna indagare nell’ultimo decennio di storia laneganiana. I Queens Of The Stone Age e il monumentale “Songs For The Deaf”, l’improvviso cambio di rotta di “Bubblegum” nel 2004, i Soulsavers e il contributo, passato in sordina, dato al disco del dj inglese Bomb The Bass con “Black River”. Più che dai Gutter Twins o dai lavori in condominio con Isobel Campbell, “Blues Funeral” trae genesi da queste fondamentali tappe ed è la collezione di canzoni più pop che il cantante di Ellensburg abbia mai concepito. Nonostante l’ossatura blues-folk di ogni singolo brano sia intatta, a rivestirla è un abito sonoro cangiante e spiazzante. Elettro-pop di classe, certo, ma in alcuni casi si rischia grosso: Ode To Sad Disco farà storcere più di un naso, ma non averla ridotta a una cosuccia banale è impresa ardua che qui si compie. La sfacciata ruffianeria alla Dandy Warhols di Quiver Syndrome, canzonuccia per quanto sia, è meglio di qualsiasi cosa venuta fuori dallo spartito dell’amico Josh Homme (che compare in Riot In My House) da sette anni ad oggi. Di pezzi pregiati ce ne sono parecchi. The Gravedigger’s Song ci trascina in un rito voodoo col basso martellante e le chitarre che attraversano la scena come spettri; Bleeding Muddy Water si dipana sinuosa nella nebbia sottile; St Louis Elegy e Phantasmagoria Blues si portano dentro il tono gospel dei meravigliosi Soulsavers; Riot In My House sparge gocce di puro sudore rock; Leviathan e Deep Black Vanishing Train, con la loro semplicità, ci ricordano l’immenso fascino del buon Lanegan d’annata. La duttilità della sua voce ci sorprende di nuovo, come se ne scoprissimo oggi le sfumature e l’espressività. Il blues è morto, il sacerdote Lanegan ne officia le esequie con un mantra elettronico, ma l’anima è ancora lì, galleggia invisibile a occhio nudo, la si sente sospirare tra le colonne, striscia per le navate, s’insinua tra i respiri dei presenti, entra in circolo, risorge.

(2012, 4AD)

01 The Gravedigger’s Song
02 Bleeding Muddy Water
03 Gray Goes Black
04 St Louis Elegy
05 Riot In My House
06 Ode To Sad Disco
07 Phantasmagoria Blues
08 Quiver Syndrome
09 Harborview Hospital
10 Leviathan
11 Deep Black Vanishing Train
12 Tiny Grain Of Truth

A cura di Marco Giarratana

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