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Mike Donovan – Exurbian Quonset

Assunto che Ty Segall e John Dwyer (Oh Sees) siano i due fondamentali della garage psichedelia degli ultimi anni, con il primo in particolare assunto al ruolo di icona (dico in maniera spregiudicata che, con le dovute proporzioni, perché i tempi sono decisamente diversi, è forse il Kurt Cobain della sua generazione), va detto che il loro successo ha seminato in maniera proficua negli Stati Uniti d’America portando alla luce altre realtà underground che poi si sono affermate con un discreto seguito e pubblicazioni, come in questo caso, su label accreditate e di qualità come la Drag City. Mike Donovan non è un novellino, peraltro oltre che le esperienze Sic Alps e The Peacers è stato ed è un collaboratore attivo proprio dello stesso Ty Segall, che si può considerare un suo epigono, alla pari di Mikal Cronin, così come vi possiamo cogliere qualche riferimento allo stile di Jacco Gardner e The Temples per le ballad psichedeliche più convenzionali.

Che però non sono esattamente il suo pezzo forte, perché la verità è che Donovan (Exurbian Quonset è il suo terzo LP su Drag City, molto suggerito il precedente “How To Get Your Record Played In Shops” del 2018, anche se qui c’è un ulteriore passo in avanti) in effetti dà il meglio di sé mettendo la sua natura garage al servizio di un songwriting asciutto e “acuto”, geneticamente intriso di rock’n’roll fin dentro all’animo e poi uno sperimentalismo che può rimandare a una sorta di Hendrix a bassa fedeltà, oppure roba tipo pionieri stile Michael Yonkers.

Tutti riferimenti importanti e forse sproporzionati per una dimensione comunque che non vuole uscire fuori da quell’underground e controcultura di cui Mike è e rimane un portabandiera della sua generazione. Il disco, registrato alla Bauer Mansion di Eric Bauer, è quindi un’opera amorfa, completamente distorta e costruita sul suono tagliente della chitarra elettrica. Si divide tra ballad strampalate come Digital Dan, Wadsworth March, lo sperimentalismo Hendrix di Iwata-Wise e il pionerismo anni Sessanta di Stone, la strumentale Wot Do Rich People Do All Day? e poi rimandi ai Beatles con B.O.C. Rate Applied e canzoni minimaliste psichedeliche come Zone Dome.

Ce n’è abbastanza, in definitiva, per divertirsi parecchio con l’ascolto di un disco che ti viene proprio la voglia di “suonare”, perché emana un’autenticità e un’ispirazione che non sono pure genio ma solo attitudine, e questo è veramente appagante per chi suona e per chi ascolta.

(2019, Drag City)

01 Digital Dan
02 Iwata-Wise
03 Wadsworth March
04 Hate Mail Writer
05 Stone
06 Wot Do Rich People Do All Day?
07 B.O.C. Rate Applied
08 Nowhere Descender
09 Zone Dome
10 My System

IN BREVE: 3,5/5

Sono nato nel 1984. Internazionalista, socialista, democratico, sostenitore dei diritti civili. Ho una particolare devozione per Anton Newcombe e i Brian Jonestown Massacre. Scrivo, ho un mio progetto musicale e prima o poi finirò qualche cosa da lasciare ai posteri. Amo la fantascienza e la storia dell'evoluzione del genere umano. Tifo Inter.

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