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Moltheni – Senza eredità

Ritorno alle origini o congedo definitivo? Non è dato saperlo, anche se l’esegesi del titolo – al netto della sua cripticità – non sembrerebbe lasciare spazio a dubbi di sorta. Sul piatto undici inediti (tutti incantevoli) che però, sebbene in forma grezza, “esistevano”già. Lontano dalla luce, in perfetta giacenza. Magari tra le pagine ingiallite di un taccuino tascabile oppure al centro di una demo graffiata e accatastata chissà dove.  

Chansons redécouverte alle quali, per un motivo o per un altro, non era ancora stata data precisa collocazione in nessuno dei precedenti episodi discografici riconducibili al catalogo moltheniano di Umberto Maria Giardini, che nel frattempo, una volta dismesso nel 2010 il celebre pseudonimo, ha dato egregiamente seguito al suo percorso artistico, realizzando lavori monumentali come “La dieta dell’imperatrice” o “Protestantesima” (per non parlare poi delle strabilianti parentesi con Pineda e, più recentemente, con i Stella Maris).

Senza eredità è un disco fuori dal tempo, capace di ricostruire fedelmente il patrimonio genetico di un progetto indimenticato (ed indimenticabile) e, soprattutto, di delineare accuratamente lo spirito di ricerca che contraddistingue, oggi al pari di ieri, il suo deus ex machina: un songwriter raffinato da sempre refrattario ai dettami obbligatori della scena (indie o alternativa che sia), così come alla comodità di certe soluzioni stilistiche.

Una mescolanza sapiente ed equilibrata di generi: dalla ballata folk (La mia libertà) al cantautorato impegnato (la lolliana Ieri che, insieme ad altre, aveva già fatto capolino in alcuni live del nostro), dal pop minimale (Nere geometrie paterne e Tutte quelle cose che non ho fatto in tempo a dirti) al rock in dissolvenza (Spavaldo). È puro Moltheni, dal primo all’ultimo giro di vinile. Un marchio di fabbrica. Una garanzia.

L’apice viene raggiunto quando il legame “siamese” con gli altri lavori si fa più intenso. Sai mantenere un segreto?, ad esempio, sviluppa (o forse anticipa, chi può dirlo?) le atmosfere incantate di “E poi vienimi a dire che questo amore non è grande come tutto il cielo sopra di noi” (da “Fiducia nel nulla migliore”, 2001), mentre Il quinto malumore testimonia l’importanza enciclopedica di un brano come “Magnete” (da “Natura in replay”, 1999) e, al contempo, offre un’idea di quanto sia stato importante e seminale per Giardini il Lucio Battisti dei 45 giri meno esplorati.

Ma è Estate 1983 il pezzo che fa gridare al miracolo. Impossibile non commuoversi dinanzi alla sua grazia. Parole gentili tratte dal vocabolario dei ricordi antichi: “Andare in bicicletta e fino a tarda notte urlare frasi sciocche / Baciarci di trafugo ignari che le lingue si debbano toccare / Tirare uova dentro le auto ferme con i finestrini aperti / Il chinotto al limone / Scappavamo in gommone dietro la banchina / Complice era tua cugina del nostro primo amore”. Il ritmo narrativo è quello di una sequenza à la Terrence Malick. L’architettura sonora, invece, un omaggio agli arrangiamenti barocchi e malinconici del Nick Drake di “Five Leaves Left”. Un autentico soffio al cuore.

Conclusioni? Amore a prima vista. Da ascoltare e riascoltare.

(2020, La Tempesta)

01 La mia libertà
02 Ieri
03 Estate 1983
04 Se puoi, ardi per me
05 Il quinto malumore
06 Ester
07 Nere geometrie paterne
08 Spavaldo
09 Sai mantenere un segreto?
10 Me di fronte a noi
11 Tutte quelle cose che non ho fatto in tempo a dirti

IN BREVE: 4,5/5

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