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Nadja / Black Boned Angel – Nadja / Black Boned Angel

Non c’è nessun titolo e le due composizioni sono indicate coi due primi numeri ordinali, ma se ad un titolo avessero pensato probabilmente Nadja e Black Boned Angel avrebbero speso parole con chiari rimandi al dormiveglia. O forse è soltanto la sensazione che chi scrive ha avvertito durante i quasi cinquanta minuti di trip che questo disco è riuscito ad evocargli. I Nadja non li scopriamo di certo noi e non adesso, sono ormai un’entità affermata del panorama ambient-drone guidati dalla mente iperattiva di Aidan Baker, uno che non festeggia l’anno successivo se prima non ha sfornato più di dieci lavori nei dodici mesi precedenti. I Black Boned Angel assumono la propria ragione sociale da una canzone dei leggendari Godflesh e già di per sé questo è un dettaglio che mette in guardia chi non ha mai fatto i conti con loro: un doom sfibrante dalle tinte fosche è ciò che la band neozelandese mette nero su bianco nei propri dischi in solitario e qui il trademark, seppur diluito nelle soluzioni tipicamente Nadja, non viene intaccato nella sua sulfurea essenza. Soltanto due composizioni abbiamo già detto, ma vale assolutamente la pena di discuterne e, successivamente per chi non ha ancora abbandonato questo articolo ed è quindi interessato alla vicenda, ascoltarlo, magari a luce spenta e a debita distanza da distrazioni. Perché questa è musica d’atmosfera che si dipana nell’aria, volteggia nella mente, lascia scie filamentose che, come un viscoso liquido immerso nell’acqua disegna nubi di condensa dai colori acidi che vanno via via deformandosi in una danza chimica. E’ musica i cui dettagli tecnici cadono inevitabilmente in secondo, se non in terzo piano, perché è informata dalla forza delle immagini psichiche che questa riesce ad evocare. Ed i Nadja ne sono assoluti maestri. Si potrebbe intendere questo lavoro come un’opera unica, tanto tra le due tracce non c’è nessuna cesura. L’incipit di I ha eco gotiche che risuonano all’interno di una cattedrale pagana dal tetto altissimo. La luce filtra lieve e lascia intravedere la polvere che si muove disordinata. Il motivo iniziale viene sommerso da una piccola marea sonica che d’improvviso deflagra in uno shoegaze-doom dall’andatura cadaverica che poi, ridiscendendo si tramuta in una massa amorfa, un groviglio di suoni che s’intrecciano come una maglia di acciaio glaciale, inumana. Il tutto confluisce in un deragliamento in II: disturbi di frequenza galleggiano, siamo adesso in uno spettrale complesso industriale abbandonato sul fondo dell’oceano e nell’acqua le correnti intagliano strani ghirigori. Il tutto è sinistro e intorno si vedono i fumi bluastri di fiamme di un inferno sintetico. Giunge l’ennesima apertura gravida di drones che è puro metallo sferragliante e stridente. L’aria si satura di scorie come in uno slabbrato rantolo di paura che strappa quasi la pelle. Qui la mano dei Black Boned Angel si sente pesantemente mentre ci stringe in una morsa la gola. Cresce furiosa e lentamente scema in riflussi che conducono ad una bassa marea che lascia nuda la terra, tra piccoli promontori estirpati dal paesaggio lunare. Immaginifico come i sogni, o meglio come gli incubi, quelli del dormiveglia in cui la soglia tra due mondi di percezione è labile, quasi impercettibile. Nadja e Black Boned Angel ne tracciano scenari funesti, li caricano di colori grumosi, lasciano poi sgocciolare la tela mentale negli stagni dell’inquietudine. Solo due brani per indagare l’ombra che si annida sotto il muro che separa sonno e veglia.

(2009, 20 Buck Spin)

01 I
02 II

A cura di Marco Giarratana

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