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Neneh Cherry – Broken Politics

La storia della musica leggera ci ha insegnato che esistono vocalità virtuose e vocalità, invece, versatili, dall’altissima capacità di rendimento nei diversi contesti in cui vengono inserite. Poi c’è Neneh Cherry, al secolo Neneh Mariann Karlsson, che sintetizza al meglio il virtuosismo con la versatilità. Anima black che ha subìto le influenze dei vari generi con cui si è confrontata nei quasi quattro decenni di attività, assumendone contorni e peculiarità. Le collaborazioni post punk degli anni ’80 (Rip Rig + Panic) hanno conferito un carattere più ruvido alla sua estensione vocale già groovy, la dubstep e il trip hop degli anni ’90 hanno inciso sulle sue capacità di saper far galleggiare il cantato all’interno di sonorità dilatatissime. Senza dimenticare la world music, l’r’n’b e l’hip hop (“Raw Like A Sushi” e “Man”) degli esordi da solista, che le hanno consentito il confronto con palcoscenici più grandi.

Il ritorno sulle scene, prima nel 2012 con un disco di cover in salsa free jazz (“The Cherry Thing”) confezionato insieme al trio The Thing, poi nel 2014, da solista, con l’ottimo “Blank Project”, ci ha consegnato una Neneh dalla forte attitudine sperimentale, coadiuvata nella scrittura dal marito Cameron McVey e da Kieran Hebden aka Four Tet in cabina di regia. Ed è su questo sentiero sperimentale/elettronico che si innesta il nuovo lavoro della cantautrice afro-svedese: Broken Politics.

L’approccio è il medesimo, ambient/sintetico, ma con armonie molto più rarefatte e delicate rispetto al lavoro precedente, l’anzidetto “Blank Project”, caratterizzato, invece, da una maggiore abrasività e ombrosità dei suoni, dovuti alle influenze del duo rock/elettronico RocketNumberNine in fase di creazione degli arrangiamenti. Il nuovo disco si basa su due elementi fondamentali: la capacità conclamata della Cherry di interagire con differenti generi musicali e l’intelligente lavoro sui suoni fatto da Four Tet. Una produzione che vede l’ausilio di un altro pezzo da novanta, Robert “3D” Del Naja dei Massive Attack, nel brano Kong. Primo singolo del disco, è un pezzo dalle sonorità ipnotiche, dilatate, un puro trip hop su cui si staglia la voce della Cherry. È una canzone politica, di protesta, che parla di accoglienza e di inclusione, con riferimenti indiretti all’attualità (“Every nation seeks its friends in France and Italy / And all across the seven seas”).

Faster Than The Truth è un altro importante highlight del disco, costruito su un crossover rap/ambient della Cherry. È un brano di critica nei confronti della ricerca di post-verità, di come le bugie viaggino più veloci della verità (“Lies travel faster than the truth”), una pratica che altera i rapporti e le relazioni. C’è spazio anche per brani più intimisti come Synchronised Devotion, caratterizzato da un arrangiamento essenziale (piano e glockenspiel) e da un testo in cui Neneh racconta se stessa (“My name is Neneh, march tenth, sign of water / Its’s my politics living in the slow jam”).

Le trame sonore realizzate in Slow Release e Soldier sono un chiaro marchio di fabbrica di Four Tet: suoni delicati e progressioni oniriche che si amalgamano alla perfezione con il timbro versatile della cantautrice. “Broken Politics” è un tassello importante della carriera della Cherry, un lavoro ispirato, esattamente collocabile storicamente, che rafforza il sodalizio artistico con il produttore britannico. Un disco, insomma, che non faticheremo a trovare in posizioni di riguardo nelle classifiche di fine anno.

(2018, Smalltown Supersound / AWAL)

01 Fallen Leaves
02 Kong
03 Poem Daddy
04 Synchronised Devotion
05 Deep Vein Thrombosis
06 Faster Than The Truth
07 Natural Skin Deep
08 Shot Gun Shack
09 Black Monday
10 Cheap Breakfast Special
11 Slow Release
12 Soldier

IN BREVE: 4/5

Nasco a S. Giorgio a Cremano (sì, come Troisi) nel 1989. Cresco e vivo da sempre a Napoli, nel suo centro storico denso di Storia e di storie. Prestato alla legge per professione, dedicato al calcio e alla musica per passione e ossessione.

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