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Night Beds – Country Sleep

Mentre la maggior parte dei miei colleghi dedica il proprio tempo unicamente all’ascolto del nuovo, imprevisto lavoro dei My Bloody Valentine: io, che faccio? Esattamente la stessa cosa. E mi pare più che giusto, anzi: mi pare l’unica cosa giusta da fare. Diffidate da chi borioso v’indicherà il dito, perché almeno per questo mese (se non per l’anno intero, addirittura) la luna si chiama “m b v”, al di là di ogni possibile e sacrosanto giudizio. Ciò detto, prima che Kevin Shields bussasse dopo ventidue anni alla mia porta, io stavo godendomi questo Country Sleep il quale, mischino, rischia immeritatamente di passare sottobanco, travolto com’è dallo tsunami irlandese.

Dietro il nome Night Beds si nasconde Winston Yellen: 23 anni, incensurato, razza caucasica. Segni particolari: un talento per nulla comune, da natural born songwriter. Il buon Winston, originario di Colorado Springs, dopo aver abbandonato gli studi e battezzato sé stesso con un lungo viaggio on the road a bordo della sua berlina, è rientrato a Nashville, dove frequentava il college, per mettere giù queste dieci composizioni. A modo suo, naturalmente: cioè affittando una vecchia casa nei dintorni, a Hendersonville, nella quale in passato avevano vissuto Johnny Cash e June Carter. Ci ha messo dieci mesi, il buon Winston; e alla fine ci ha consegnato un esordio di buonissima fattura. A partire dall’evocativa Faithfull Heights, cantata a cappella, passando per Ramona, 22, Cherry Blossoms, Lost Springs: pezzi che sembrano sbucare dal repertorio di un Ryan Adams morso dalla tarantola dell’ispirazione.

“Country Sleep” è un manualino know-how per giovani cantautori americani: un album che guarda alla foresta intera e non soltanto alle proprie roots, strizzando l’occhio verso Richard Buckner, Fleet Foxes, Jeff Buckley, Mark Kozelek e Ryland Bouchard (questi ultimi due, non a caso, citati come riferimento dallo stesso Yellen). Così i trentaquattro minuti appena che formano l’opera sgorgano lievemente, tra il lirismo delle bellissime Even If We Try, Wanted You In August, Was I For You? e la tradizionale etimologia made in U.S. delle più che riuscite Borrowed Time e TENN, quest’ultima posta a chiosa del lavoro intero. Nights Beds si schiera dunque tra le fila della nuova avanguardia indie ormai prossima a travolgerci, insieme a Marika Hackman, Laura Mvula, Daughter, Jamie N Commons, King Krule, Aluna George et similia. Tutti giovani, carini e non più disoccupati. C’è chi ha già un hype inusitato, come i Daughter e la Hackman: protagonista, quest’ultima, di una campagna pubblicitaria per Burberry Eyewear.

E chi, come il nostro Winston, ha l’aria più da texano dagli occhi di ghiaccio ma gode, comunque, di ottimi santi in paradiso. In ogni caso, a lui vanno i miei più sentiti complimenti e i migliori auguri di una carriera lunga e non troppo prolifica (ad abusare del proprio talento, si finisce come il sopracitato Ryan Adams). Alla Dead Oceans, invece, un plauso che ormai prosegue inarrestabile da quel miracolo ch’è “Life Is People” di Bill Fay. E a noi, infine, la speranza che nelle prossime ventidue primavere di attesa ci siano più Night Beds & Co. che Mumford & Sons. Cos’altro aggiungere? Incrociamo le dita.

(2013, Dead Oceans)

01 Faithful Heights
02 Ramona
03 Even If We Try
04 22
05 Borrowed Time
06 Cherry Blossoms
07 Wanted You In August
08 Lost Springs
09 Was I For You?
10 TENN

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