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Oxbow – Love’s Holiday

Fa un certo effetto sentir dire a Eugene S. Robinson che i nuovi brani dei suoi Oxbow devono essere considerati canzoni d’amore. Perché al di là del titolo del loro nuovo lavoro in studio, Love’s Holiday, bisogna ammettere che la penna di Robinson e il piglio della formazione californiana non sono esattamente ciò che useresti per far colpo su qualcuno se volessi puntare tutto sul romanticismo. Qualcosa di mai accaduto nei precedenti sette album degli Oxbow, ovvero riferirsi cosi esplicitamente all’amore e farne il perno di un intero album, qualcosa di cui evidentemente Robinson ha sentito il bisogno, perché è lui che detta i tempi concettuali degli Oxbow. Non c’è ovviamente luce nell’amore di “Love’s Holiday”, ci sono per lo più ricordi strazianti, addii mai metabolizzati e laceranti presagi, ma in fondo non è altro che il modo in cui Robinson si è sempre approcciato a qualsiasi tematica dai suoi disturbanti anni Ottanta in poi.

Il noise sferzante della formazione di base a San Francisco ha attraversato i decenni e, tra un pit stop e l’altro, è arrivato fino ad oggi intatto per potenza espressiva. Ma a parte episodi come le iniziali Dead Ahead e Icy White & Crystalline, che fanno in qualche modo da trait d’union tra il passato e il presente degli Oxbow, quello che Robinson e i suoi affrontano in “Love’s Holiday” è un lungo viaggio in una spirale blueseggiata e decadente che li avvicina di più alle pose noir di Nick Cave che alle loro stesse precedenti incarnazioni. Un processo che avevano già iniziato col precedente “Thin Black Duke” del 2017 e che qui trova definitivo compimento. Lovely Murk, ad esempio, col cammeo alle drammatiche backing vocals di Kristin Hayter aka Lingua Ignota, è una lunga e cadenzata ballad, uno di quei definitivi punto e a capo che tutti ci siamo trovati a dover apporre almeno una volta nella vita. Robinson lo fa con la sua consueta vena oscura, una voce che ha trasformato qui le urla in lamenti e che segue di pari passo la maturazione umana del suo legittimo proprietario.

Quello che succede però all’interno di “Love’s Holiday” è che, una volta entrati in questo gorgo di autocommiserazione e rimpianto, coi ritmi rallentati al massimo e le chitarre di Niko Wenner a lacerarti senza pietà l’animo, il disco non riesce più a uscirne, mancando così di quel dinamismo e di quella imprevedibilità che sono sempre state due delle cifre stilistiche distintive del progetto Oxbow. Per carità, tracce come All Gone, in cui Robinson boccheggia come un crooner di periferia affogato nel cognac, hanno un impareggiabile fascino e testimoniano qualora ce ne fosse bisogno lo spessore artistico degli Oxbow, la loro continua ricerca di soluzioni, ma finiscono per perdersi in una pericolosa monocromaticità. Sempre un paio di passi avanti a quasi chiunque altro, gli Oxbow a questo giro si sono un attimo fermati ad aspettare chi sta dietro: giudizio severo il nostro, ma perché alte erano e sono le aspettative nei loro confronti. Però il disco, va da sé, va ascoltato ugualmente e con attenzione.

2023 | Ipecac

IN BREVE: 3/5

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