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Park Jiha – Philos

Park Jiha è una delle artiste più brave in circolazione e con questo secondo album si afferma come qualcosa che supera ampiamente le suggestioni esotiche, giustamente suggerite qui in Occidente dalle sfumature dei suoni di terre lontane, nello specifico la Corea del Sud. Respinge inoltre bellamente qualsiasi possibile accostamento ad artiste occidentali affermate, tipicamente pop art e sofisticate come ad esempio Björk, perché questa ragazza è una grande artista dotata di una grande spiritualità ma anche di talento musicale e compositivo, molto importanti e che si affermano non per moda o perché sono particolari, ma semplicemente perché belli. C’è molta cura in questo Philos, c’è amore e culto per se stessi e per la vita che ci circonda. C’è armonia. Già “Communion” (2016), sempre grazie alla bravura della Glitterbeat, aveva introdotto in Occidente lei e i suoi suoni caratteristici della tradizione coreana con l’uso di strumentazione particolare e tipica (il piri, il saenghwang e lo yanggeum), ma qui c’è un superamento nella costruzione di composizioni più complesse, l’arricchimento con altri suoni e una visione ideologica che se nel primo album lanciava un messaggio di apertura nei confronti del prossimo, qui si arricchisce partendo dall’interno e aprendosi poi a tutto il manifesto del creato.

Del resto il carattere cinematico è evidente, ci sono visioni che riguardano il mondo che circonda Park Jiha e il modo in cui lei vede le cose e come lo vedono gli altri, pure in una maniera poetica come ad esempio nel caso di Easy, dove la sua musica si arricchisce della poesia e della voce dell’artista libanese Dima El Sayed, in uno scambio artistico cominciato nel 2015 quando questi ha visitato la Corea. C’è l’approccio – restando al mondo Orientale – che ha Sakamoto nelle sue composizioni più marcatamente autobiografiche, c’è il carattere cinematico di Ennio Morricone, a tratti persino un thrilling come nel crescendo drammatico del tema di Philos oppure nelle sperimentazioni di Walker: In Seoul e nelle suggestioni di When I Think Of Her.

Qui la musica diventa narrazione vera e propria e quei suoni delle tracce introduttive come Arrival, chincaglierie e suoni estatici, suggestioni armoniose di fiati e noise sperimentale, jazz urbano, quegli arpeggi ripetuti di Thunder Shower e il vibrato drone che fa da sottofondo a Easy, il minimalismo di Pause, funzionano come vuole la storia in una chiave che allora diventa, anzi più specificamente è dialogo.

(2019, Glitterbeat)

01 Arrival
02 Thunder Shower
03 Easy
04 Pause
05 Philos
06 Walker: In Seoul
07 When I Think Of Her
08 On Water

IN BREVE: 5/5

Sono nato nel 1984. Internazionalista, socialista, democratico, sostenitore dei diritti civili. Ho una particolare devozione per Anton Newcombe e i Brian Jonestown Massacre. Scrivo, ho un mio progetto musicale e prima o poi finirò qualche cosa da lasciare ai posteri. Amo la fantascienza e la storia dell'evoluzione del genere umano. Tifo Inter.

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