
Di acqua sotto i ponti ne è passata un’infinità da quando Phoebe Bridgers era solo una promessa indie. Sono arrivati i Grammy con le amiche Lucy Dacus e Julien Baker per il progetto Boygenius, sono arrivate le collaborazioni prestigiose che l’hanno fatta diventare incursione preziosa in contesti mainstream (vedi ciò che ha condiviso con Taylor Swift cui ha fatto anche da apertura, giusto per citare un colosso), è arrivata la vera notorietà. Ma anche nella vita privata di Phoebe sono successe parecchie cose dal successo di “Punisher” (che usciva nel 2020, un’era fa) in poi, vedi la scomparsa del padre con cui aveva un rapporto complicato e le turbolenze nella vita sentimentale. Quindi sei anni di un’attesa che, complice tutto ciò che abbiamo detto, ha fatto montare in modo pericoloso l’hype su questo suo terzo lavoro in studio. Il disco adesso è qui, si intitola Lost Weekend e, lo diciamo subito, è valso ogni giorno di attesa.
Nell’iniziale The Outside spunta subito un vocoder, che è il modo di Bridgers di fare immergere l’ascoltatore in questi cinquanta minuti abbondanti di racconto, un vocoder usato non come vezzo − capito, Julian Casablancas? − ma con un fine preciso, lì a sottolineare lo straniamento emotivo che vuole trasmettere Phoebe. E quindi ci addentriamo in un disco in cui l’autrice mette tutta se stessa come forse mai prima di ora: The Governor’s Waltz si concentra su una relazione agli sgoccioli (verosimilmente quella con l’attore Paul Mescal, ma vale un po’ per tutti), Liberty Tree parla invece di come un amore sano possa far dimenticare il dolore del passato, Bobby descrive il brivido di una nuova storia (traccia evidentemente rivolta all’attuale compagno Bo Burnham), Still Standing è il modo inatteso e doloroso in cui viene elaborato un lutto (la morte del padre di Phoebe per l’appunto, affrontata anche in As Above). C’è Phoebe al 100%, con schiettezza, onestà e maturità, a scapito del dolore stesso che ritorna prepotente.
Musicalmente il gancio a “Punisher” è rappresentato dal singolo Lost Boys, poi c’è il folk più classico di Haunted, l’arrangiamento minimale di Other Plans, il classicismo di I Can’t Wait, Kille Me coi suoi toni radiohediani (uno degli highlight del disco), l’indie rock prima maniera di Never Going Back! (pezzo che contiene un messaggio vocale lasciato a Phoebe dal padre) e infine le orchestrazioni volutamente confusionarie della title track (e della sua reprise posta in chiusura), elemento narrativo prima che sonoro. C’è ancora la malinconia del passato in tracce come Panorama, ma è una malinconia che in “Lost Weekend” è molto, molto velata, mentre era uno degli aspetti prevalenti dei primi due lavori di Bridgers: anche questo un segno di tranquillità raggiunta, di focalizzazione sul proprio lavoro più che su ciò che le gira intorno.
La lunga schiera di collaboratori voluti da Bridgers nel disco va dalle amiche Lucy Dacus e Julien Baker a Conor Oberst (già con la californiana nel progetto Better Oblivion Community Center), da Mike Kinsella degli American Football ad Alex G, passando per Bo Burnham, il già citato nuovo compagno di vita di Phoebe che quindi segna una svolta non solo umana ma anche artistica. E poi c’è Jack Antonoff alla produzione e, si sa, quando c’è lui a muovere le fila di un disco il tocco pop di classe è sempre prepotentemente presente: in “Lost Weekend” lo si trova in pezzi come Bobby, un esempio chiaro di come è evoluta Bridgers e di quanto uno come Antonoff fosse giusto per lei in questo momento, più che di quanto possa incidere Antonoff stesso (che comunque incide eccome).
La bellezza di “Lost Weekend” non sta quindi solo in una tracklist lunga senza mai un riempitivo, non sta solo nel modo genuino in cui Phoebe Bridgers racconta di sé per far sentire meglio, di riflesso, anche altre persone. La bellezza sta principalmente nella resilienza di un’artista ancora giovane che è passata in pochissimo tempo dal suonare nei club al riempire i palazzetti, dall’essere una mezza sconosciuta al comparire suo malgrado sulle riviste di gossip. Salti nel vuoto non da poco, passaggi di vita fondamentali che non possono non aver avuto e non avere ancora ripercussioni sull’essere umano che li ha affrontati. Ma Phoebe Bridgers ha dimostrato di essere stoicamente sul pezzo, di avere le spalle larghe e di sapere perfettamente chi è e dove sta andando, barcamenandosi abilmente − e con equilibrio − tra lo struggente e l’ottimista. A noi tocca solo seguirla.
2026 | Dead Oceans
IN BREVE: 4/5