
Per quanto tediose e puerili, dopo tutto – o forse proprio per questi stessi motivi – le chiacchiere riguardo l’album of the year possono anche risultare molto divertenti. Quali dovrebbero essere i parametri per sancirne uno? La qualità della composizione musicale, chiaramente. L’originalità, l’unicità. Gli impatti sui contemporanei. Ove presenti, una valutazione sui testi. Il fattore simpatia o antipatia di una band, di un artista. L’impatto, singolare, sulla nostra vista, singolare. E poi ciascuno aggiunga serenamente i suoi. C’è una cosa però in cui you made me / skin on linen dei PISS spicca in modo stentoreo sugli altri: il suo ricordare con rabbia cucita addosso, la sua furia politica così attuale e chiara da farne un disco probabilmente non peculiare per espressione sonora – ma certamente assoluto come identità e attualità del concetto.
E il concetto, prontamente ben riassunto dalla loro etichetta, la Sub Pop, è il seguente: qual è l’impatto della violenza sul nostro sviluppo? Le ferite che abbiamo sono una parte inestricabile di noi stessi? E nel caso in cui non lo siano, allora dov’è che precisamente finiscono loro e cominciamo noi? Se queste domande vi sembrano già troppo complesse da affrontare col tempo e con l’attenzione che avete a disposizione, evitate questo ascolto. Perché l’esordio del quartetto canadese è un pugno nello stomaco che risponde, con forza eguale e contraria, ai traumi dolorosissimi che lo alimentano – con pochissima condiscendenza e nessuna voglia di indorare pillola alcuna.
Moltissimo è merito, naturalmente, della statura performativa di Taylor Zantigh. Il suo livello di scrittura è niente meno che letterario e ben più che sopra una media che sia già alta in partenza. Siano spoken o siano screamed, le parole che ci lancia addosso fanno il rumore del cielo che si strappa sopra la testa, come mette immediatamente in chiaro i wanted to be a singer: “I spent my life trying to turn my pain into something useful / I spent my life trying to turn my pain into something beautiful / I wanted to write romance novels / Now, I need perfect control over my victim narrative / The story of a girl who was silent and powerless / But it’s cliché to write about being powerless as a girl”.
L’intelaiatura sonora ordita dal resto del gruppo (Tyler Paterson alla chitarra, Gavin Moya al basso, Garreth Roberts alla batteria) alimenta l’incendiarietà del tutto: noise, hardcore che vira senza esitazioni sul grind, post rock corrosivo. L’opera/manifesto propone una secca alternanza fra brani e intermezzi, con contributi di Andrea Dworkin (sulla pornografia), Toni Morrison (sulla grazia), Manon Garcia (su Gisèle Pelicot), Vikky Reynolds (sulla rape culture). Nulla è scontato, tutto richiede grande concentrazione al consapevole fruitore. Siamo, se ancora non fosse chiaro, in un territorio radicalmente lontano dal più misero barlume di easy listening.
Nulla che non valga la pena di essere citato, ma blocking a scene you can’t remember, che riesce dove ultimamente i Black Country, New Road hanno clamorosamente fallito, occupa se non altro una destinazione differente da altri brani, col suo crescendo emotivo vicino ai più lancinanti Rodan: “Everyone after you has tried to amputate / But all I do is bleed”. O la conclusiva i keep trying to change the ending, unico pezzo sopra i cinque minuti che potrebbe essere quasi uscito dalla penna dei nostri Uzeda.
Per quanto tediose e puerili, dopo tutto – o forse proprio per questi stessi motivi – le chiacchiere riguardo l’album of the year possono anche risultare molto divertenti. Quali che siano i parametri personali, comunque, “you made me / skin on linen” non potrà non far parte di molte, moltissime classifiche di fine anno. Un anno che abbiamo già glorificato a lungo, che dobbiamo già abbondantemente ringraziare. Per averci riportato le chitarre elettriche. Per averci riportato la politica. Per averci riportato la rabbia. Per averci riportato la resistenza.
2026 | Sub Pop
IN BREVE: 4,5/5