Home RECENSIONI Poison Ruïn – Hymns From The Hills

Poison Ruïn – Hymns From The Hills

Hymns From The Hills dei Poison Ruïn non è un disco che ti viene incontro: è un luogo in cui entri, e una volta dentro non sei più del tutto sicuro di voler uscire. C’è ancora la fame, la ruggine, quella tensione nervosa che ha sempre attraversato la loro musica, ma qui tutto sembra dilatarsi, come se le pareti si fossero spostate più lontano. Il mondo che costruiscono non è più solo fatto di uomini e fatica: è abitato da presenze, da echi, da qualcosa che si muove appena fuori fuoco. Non c’è più solo allegoria: c’è una mitologia che si espande, che ingloba e deforma, che trasforma il disagio in paesaggio.

Il punk, sì, ma svuotato della sua urgenza più immediata e riempito di visioni. Rumore e silenzio che si alternano come respiri irregolari. Le strutture non cercano più lo scontro diretto: si aprono, si richiudono, si perdono per poi riemergere altrove. I sintetizzatori non abbelliscono: insinuano. Le parti più grezze non esplodono: graffiano e poi si ritirano, lasciando segni. È un suono che non si limita a colpire, ma che corrode lentamente. Si sente anche nel modo in cui il disco è stato costruito. L’approccio resta DIY, ma qui c’è più spazio, più aria tra i suoni, più tempo per lasciare che le idee prendano forma senza essere forzate. La produzione, pur mantenendo quella patina sporca e instabile, lascia emergere dettagli che prima sarebbero rimasti sepolti. È come se sotto la superficie abrasiva ci fosse un lavoro di cesello continuo, quasi ossessivo.

La title track, Hymns From The Hills, è il punto in cui tutto questo prende forma con più chiarezza. Non colpisce: avvolge. Ti lascia davanti a un paesaggio immobile, aperto, dove il tempo sembra rallentare fino quasi a fermarsi. Non c’è tristezza, ma una malinconia che scivola addosso senza peso, come un ricordo che non fa più male ma continua a esistere. La musica scorre senza fretta, e proprio in questa sospensione trova la sua forza. Non c’è bisogno di arrivare da nessuna parte: il senso è tutto nel percorso, nel restare. Alcuni passaggi sembrano quasi dissolversi, come se il suono perdesse consistenza per diventare atmosfera pura. È lì che il brano smette di essere semplicemente ascoltato e diventa esperienza. È un brano che non chiede attenzione, ma presenza. Non lo segui: ci stai dentro. E quando finisce, non ti ricordi davvero com’era, ma ti resta addosso la sensazione di aver attraversato qualcosa. Una traccia che non si imprime nella memoria melodica, ma in quella emotiva, più difficile da afferrare e proprio per questo più persistente.

E in fondo è tutto il disco a muoversi su questa linea sottile: tra corpo e visione, tra materia e simbolo. Le immagini medievali e fantasy non sono mai decorative, ma strumenti per dire altro, per spostare il discorso fuori dal tempo e renderlo più universale, più ambiguo, più inquieto. C’è più controllo in questo lavoro, più consapevolezza. Ma non è una perdita: è una trasformazione. I Poison Ruïn non hanno smussato gli angoli, li hanno solo spostati altrove, rendendoli meno prevedibili, più profondi, più difficili da afferrare al primo ascolto. “Hymns From The Hills” è un disco che non cerca conferme. Le evita, le scarta, le mette in discussione. E proprio per questo riesce a essere più inquieto, più ampio, più vivo. Un lavoro che non ti resta in testa: ti resta addosso. E ci mette un po’ ad andarsene.

2026 | Relapse

IN BREVE: 3,5/5

Classe '64. Nella vita faccio un sacco di cose rispettabili: pubblico libri per adulti e bambini, gestisco un blog letterario e faccio finta di sapere sempre dove sto andando. Eddie Vedder è mio fratello d’anima. Se fossi un animale, sarei un cane che dorme. Do Not Disturb.
Exit mobile version